Lavoro. Bersani apre uno spiraglio sul Lavoro ma senza coraggio

Pier Luigi Bersani

Roma – La notizia è di quelle che non passa inosservata: il centrosinistra ha finalmente detto qualcosa di sinistra. O quasi.

Ieri il segretario del Pd Pier Luigi Bersani ha pronunciato quanto segue: ‹‹La situazione è molto difficile ed è sotto gli occhi di tutti, con i limiti e le ristrettezze economico-finanziarie. E’ evidente che siamo in recessione. Occorre soprattutto dare un po’ di lavoro e alleviare il carico sociale enorme››. Continuando, ha affermato che la riforma del lavoro dovrebbe essere approvata in una sorta di corsia veloce ‹‹come fosse un decreto››.

L’apertura è stata data sia pur mantenendo alcuni “ma” sull’articolo 18, tanto per non allontanarsi definitivamente dalle posizioni oltranziste del leader sindacale Cgil, Susanna Camusso, la quale anche ieri all’Unione generale del lavoro (Ugl) ha ribadito il proprio no allo possibilità della sola indennità senza reintegro nei casi di licenziamento per motivi economici, beccandosi pure un sacco di applausi.

Dunque, le posizioni di Pd e Cgil iniziano a distanziarsi. Vedremo se la forbice si allargherà o meno ma, intanto, lo spiraglio lascia intendere un paio di cose.

Primo – Bersani non sembra avere voglia di far cadere il Governo Monti. Tanto più dopo i dati sconfortanti rivelati dalla Cgia di Mestre intorno all’andamento impreditoriale nel 2011: 11.615 aziende hanno dichiarato fallimento e 50.000 sono i posti di lavoro persi. Un’ecatombe. Arrivare a Palazzo Chigi in piena recessione e con lo spread che ricominica a risollevare la testa, magari in compagnia dei compagni Camusso, Antonio Di Pietro (IDV) e del neostatalista reazionario, Nichi Vendola (Sel), sarebbe un suicidio. Prima di tutto di Bersani che verrebbe annientato dalle rivalità interne tra riformisti, moderati e rossi. Dunque per salvar il partito e la testa (almeno per il momento), meglio soprassedere sulla riforma e avanzare magari altre pretese sulle nomine Rai e la Giustizia.

Secondo – Bersani è un buon economista ma un pessimo leader. L’idea è avallata dai fatti. Affermare che ‹‹occorre dare un po’ di lavoro e alleviare il carico sociale enorme›› non è solo una realtà ma è anche una sintesi assolutamente di sinistra che la sinistra – leader, partiti e sindacati – avrebbero dovuto portare avanti in sede di trattativa sulla riforma del lavoro al tavolo con il ministro Elsa Fornero. Questo se le sinistre fossero vive e vegete e non morti che parlano.

Irrigidirsi ideologicamente sull’art.18, sostenendo che la modifica scatenerà licenziamenti economici di facciata è un’assurdità. Per una principale ragione: i costi di indennità.

Pagare dalle 15 alle 27 mensilità per potersi liberare di un lavoratore spaventerebbe anche una grande impresa in tempi di recessione, figuramoci i piccoli. Basta questo per capire che i datori di lavoro che sopravviveranno alla crisi ci penseranno due volte a licenziare chicchessia rendendo di fatto più difficile la mobilità in uscita e, quindi, anche quella in entrata. Ecco dove la riforma non è tale ed ecco dove la sinistra avrebbe dovuto fare il proprio mestiere se fosse meno interessata al facile consenso e più ai lavoratori a cui dice di tenere.

Così il tema del tavolo con la Fornero non avrebbe dovuto essere “no” alla cancellazione dell’art.18 ma “sì”, perché è un rudere di legge in un mercato globalizzato e low cost al quale non può più rispondere. Ma in cambio si alzino le buste paga dei lavoratori, diminuendo loro il carico fiscale. Cosa possibile solo defiscalizzando il costo del lavoro al datore. Ed è qui che la riforma avrebbe potuto convergere con il centrodestra e la Confindustria.

Bersani tutto queste cose le sa e ciò fa di lui un buon economista. Non ha avuto il coraggio di proporle chiaramente per non inimicarsi la Cgil e questo fa di lui un pessimo leader. Oggi non è diverso: dice una

Elsa Fornero

cosa di sinistra ma non manda al diavolo il sindacato rosso che lo tiene in ostaggio. Cariatide a sua volta imbavagliata da un altro relitto decadente, la Fiom. Entrambi preoccupati di mantenere lo status quo per non sparire in un contesto socio-economico che – piaccia o no – sempre meno riusciranno a rappresentare.

Come finirà? E’ probabile che la riforma Fornero passerà, con quali conseguenze sul Governo è da capire. Tanto più ora che girano voci sulla presunta incostituzionalità della norma nella parte riguardante i licenziamenti senza reintegro. Cosa se, se fosse vera, implicherebbe la bocciatura della legge (ancora solo in bozza) da parte della Consulta e il suo automatico rinvio al mittente per l’obbligo di modifica. Insomma, un pasticcio. Vedremo.

Chantal Cresta

 Fonte preview || dazebaonews.it

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