L’ascensore claustrofobico di Menin al Muuh Film Festival – Recensione

La locandina del Muuh Film Festival (coloriquadri.com)

La locandina del Muuh Film Festival (coloriquadri.com)

Si è conclusa ieri la quarta edizione del Muuh Film Festival, in una splendida serata di fine estate. Coadiuvata da un’atmosfera salubre, rigenerante e un po’ “scanzonata”, la rassegna ha accolto circa un migliaio di persone. Oltre ad un’ottima ed invitante presentazione culinaria e alla divertente iniziativa dell’alimentazione energetica tramite biciclette, usufruibili da tutti, l’offerta cinematografica è stata di un ottimo livello. Tra i numerosi progetti presentati ha trovato spazio Ngutu, cortometraggio spagnolo diretto da Felipe del Olmo e Daniel Valledor, vincitore della terza edizione del premio In direzione Ostinata e Contraria. In pochi minuti di filmato, all’incirca cinque, si racchiude la vicenda di un giovane immigrato che, durante la sua attività di venditore di giornali, cerca di interpretare e capire le debolezze dell’animo occidentale. Un budget ristretto non ha limitato i due registi che in poche battute sono riusciti a centrale il loro obiettivo, riuscendo a muoversi in equilibrio tra il tragico e il comico.

Interessante anche His new car di Lorenzo De Nicola, film breve girato a Torino tra il lungo Dora Colletta e il Colle della Maddalena. «L’acquisto dell’automobile nuova è il pretesto per una romantica gita in campagna. Ma qualcosa va storto» è l’incipit che introduce lo spettatore alla visione; punto focale del racconto è il rapporto dell’uomo moderno con il consumismo e con la necessità, quasi incontrollata, di beni non necessari. Il regista definisce i suoi sei minuti come una «favola leggera che si rifà al cinema italiano più grottesco e satirico degli anni del boom economico».

Diretto e paradossale Indecisione democratica di Demetrio Sacco, un corto più che mai attuale sull’indecisione generale e, ancor di più, politica che attanaglia l’intera società. «In un modo o nell’altro si è costretti a decidere» è la frase che si trova scritta sullo schermo durante la presentazione del corto; due uomini in cammino lungo uno splendido paesaggio erboso si ritrovano su uno sterrato a dover decidere che strada prendere e niente pare più difficile di questo. Nasce così una piccola discussione sul perché scegliere sia così difficile, come i sensi di colpa possano strangolare una decisione poco ponderata e come il “decidere per gli altri” possa portare ad un’ingiustizia democratica. Il messaggio, chiaro e conciso, giunge senza ambiguità allo spettatore.

Uno scambio di battute con il regista Daniele Manuel Menin ci ha permesso invece di approfondire al meglio i retroscena del suo cortometraggio The Lift. «L’idea di The Lift nasce dopo aver assistito alla proiezione di Doom di Marco Pozzi, interamente girato dal punto di vista di un videocitofono. Sono subito rimasto affascinato dalla particolare atmosfera che può creare una telecamera fissa. Ho pensato che avrei voluto girare un cortometraggio su una situazione surreale come quella. Da sempre mi chiedo quali tra le tantissime telecamere di sicurezza che ci circondano siano effettivamente funzionanti e quali no. Subito dopo sono salito in ascensore e ne ho vista una sul soffitto ed ho realizzato che, probabilmente, qualcuno mi avrebbe visto se fossi rimasto bloccato ed avessi chiesto aiuto». Ed è così che si è creata la solida base su cui lavorare; una proposta originale e diversa coadiuvata dall’ottima interpretazione dei due protagonisti principali, attori professionisti scelti dal regista che ha voluto curare tutto nei minimi dettagli, per evitare che il risultato finale fosse compromesso da qualche errore di disattenzione.

Al via stasera il Muuh Film Festival di Torino (coloriquadri.com)

Ottimi risultati per il Muuh Film Festival di Torino (coloriquadri.com)

La sensazione emotiva del cortometraggio doveva inizialmente essere claustrofobica e, a tal fine, la scenografia e la “prigione” in cui l’attore si è trovato rinchiuso è stata interamente montata da Menin: «Luca Busnengo, il protagonista, è alto quasi due metri ed un ascensore standard non è più alto di due metri e venti. Per ottenere un’inquadratura che potesse trasmettere un senso di oppressione e rendere ostico il luogo di “prigionia”, c’era bisogno di un’altezza superiore ai due metri e mezzo e non c’era nessuna ascensore disponibile che la raggiungesse. Così ho deciso di costruirne una abbastanza alta, facilmente illuminabile e soprattutto che potessimo utilizzare per qualche ora senza che nessuno dovesse protestare per trovarla sempre occupata».

Già applaudito all’Imperia Video Festival, il pubblico piemontese ha apprezzato la ricchezza di elementi e la surrealtà del dialogo che hanno aggiunto un tono ironico alla proiezione. La finalità postasi dal regista («Volevo che lo spettatore si divertisse e potesse immedesimarsi appena fosse salito in un ascensore, pur rimanendo consapevole che è difficile trovare un servizio di assistenza tanto scortese. Inoltre ho voluto ricordare la favola attribuita ad Esopo, quella di “Al lupo, al lupo”, introducendo così la morale secondo cui creare falsi allarmismi, alla lunga, è controproducente non solo per se stessi ma anche per gli altri») è stata portata a termine con successo.

(Foto: coloriquadri.com)

Alessia Telesca

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