L’arrivo di Wang: gli alieni parlano cinese

Una traduttrice giovane e idealista (Francesca Cuttica) viene contattata per un lavoro urgente: fare da interprete per l’interrogatorio a un misterioso individuo, il signor Wang. Il caso però risulta “particolare” sin dall’inizio: le viene infatti chiesto di lavorare al buio per non essere compromessa in una situazione di massima gravità. L’agente Curti (Ennio Fantastichini), che si occupa del caso, vuole  però che la ragazza scopra l’identità dell’interrogato. Solo allora la giovane interprete comprenderà il motivo di tanta segretezza.

Quando la stanza viene illuminata, la scoperta dell’identità del signor Wang è uno shock per la ragazza: quello che lei credeva essere un terrorista o al massimo un prigioniero politico si rivelera essere un alieno. L’ingenua traduttrice si ritrova nel bel mezzo di un braccio di ferro tra l’alieno che sostiene di essere venuto in pace e in cerca di amicizia, e Curti, cinico e indurito, che crede che gli scopi del signor Wang siano ben altri. La scoperta della verità non sarà sconvolgente solo per la ragazza ma per il destino dell’intero pianeta.

A distanza di un anno da L’Ultimo terreste di Gianni Pacinotti, gli extraterrestri ritornano a fare capolino sugli schermi italiani. A differenza di quanto avveniva nella pellicola di Pacinotti, in cui il protagonista veniva caratterizzato a tutto tondo, ne L’arrivo di Wang i personaggi rimangono caratteri.

Gli autori, I Manetti Bros, utilizzano i personaggi per incarnare le due diverse posizioni intorno al tema del film: il pregiudizio. Il personaggio interpretato dalla Cuttica, Gaia, è un’idealista convinta che ‘diverso’ voglia dire automaticamente buono e migliore, e che si scontra contro il Curti di Fantastichini per cui il ‘diverso’, ‘l’inconsueto’ è sempre una minaccia, un fattore d’instabilità da neutralizzare. Questo rappresentare delle posizioni blocca i personaggi, impedendogli di evolversi e di caratterizzarsi psicologicamente.

Seppure l’idea di fondo è affascinante e molto attuale, L’arrivo di Wang non riesce o non vuole approfondirla più di tanto riportando la narrazione sui binari tipici del genere, binari non proprio saldissimi. Un difetto che il film sembra scontare è quello di una certa incertezza su che direzione prendere: azione, fantascienza pura, denuncia sociale.

L’alieno Wang

Il film poi soffre di una certa difficoltà a sospendere l’incredulità dello spettatore che trova molto difficile immedesimarsi nella protagonista e quindi immergersi nella storia. La colpa di questo non è certo del comparto degli effetti speciali: la creatura realizzata dalla Palantar Digital Media non sfigura al confronto con altri “colleghi” di Hollywood, realizzati con budget di ben altra consistenza. La creatura risulta molto espressiva e viva, paradossalmente risulta più credibile dei due coprotagonisti in carne e ossa.

Nonostante i difetti sopra citati bisogna comunque fare un plauso al coraggio dimostrato dai Manetti Bros proponendo un genere, come la fantascienza, che non ha mai avuto una grande tradizione nella cinematografia italiana. In ogni caso, i Manetti rimangono fra quei pochi registi capaci di portare avanti il cinema di genere italiano, caratteristica questa che gli è propria fin dal loro esordio.

Davide Schiano di Coscia

Foto - www.google.comwww.images.movieplayer.it

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