L’amore secondo la scienza

Fra l’amore e la scienza della chimica c’è una relazione.  Diversamente da come si crede, questo sentimento è molto legato al cosmo scientifico. Negli ultimi tempi, infatti, è stato dimostrato, grazie a diversi studi approfonditi, che specifiche molecole giocano un ruolo fondamentale nella fase dell’innamoramento di un individuo. La parola “amore” viene utilizzata in circostanze molto diverse tra loro, ma la ricerca prova che, per qualsiasi sfaccettatura dell’amore presa in considerazione, alla base vi è sempre una spiegazione scientifica.

La dottoressa Helen Fisher della Rutgers University di New York, nel libro Why We Love, espone come tutti i sintomi dell’infatuazione sono quasi interamente riconducibili ad un diverso equilibrio di alcuni neurotrasmettitori all’interno delle reti neurali della persona innamorata.  Quando si “perde la testa” per qualcuno, all’interno del sistema limbico (il centro cerebrale delle emozioni e dell’affettività), l’amigdala scatena un innalzamento del livello di dopamina (causando insonnia, tremori e batticuori) in concomitanza ad un abbassamento della serotonina (ormone dell’amore romantico). Questo squilibrio biochimico non perdura, però, più di due anni.

A confermarlo sono le analisi di uno studio dei ricercatori dell’equipe di Pierluigi Politi del Centro Interdipartimentale for Research in Molecular Medicine (CIRMC), presso l’Università di Pavia, che hanno individuato nell’Ngf (il Nerve Growth Factor, scoperto da Rita Levi Montalcini) la sostanza chimica responsabile delle “palpitazioni” tipiche delle prime fasi dell’innamoramento. Livelli più elevati del normale di questa proteina  sarebbero collegati al sentimento di euforia e alla dipendenza dall’amato. Tuttavia, dopo aver studiato gruppi di persone impegnate in rapporti lunghi, brevi e alcuni single, gli studiosi hanno scoperto anche che i livelli di questa sostanza diminuiscono nel corso del tempo. «Da questi studi sembra che meccanismi biochimici siano coinvolti nei cambiamenti di umore che intercorrono dall’inizio a quando la relazione diviene più consolidata – ha detto Politi -. L’amore diviene più stabile, ma il romanticismo iniziale sembra spegnersi.» I ricercatori hanno visto che nei neo-innamorati i livelli di Ngf erano significativamente più alti, diversamente da chi viveva un rapporto da più di due anni, in cui la sostanza  è svanita.
Eppure, sostengono gli studiosi, se la relazione va avanti, a questi sentimenti segue il consolidamento del rapporto, in cui entrano in gioco altre sostanze identificate come molecoline, le neurotrofine (NTs). Tra queste ci sono il fattore di crescita Ngf, il Bdnf, NT-3 NT-4.

Secondo una ricerca della Syracuse University,  svolta  in collaborazione con la West Virginia University (Usa) e con l’University Psychiatric Center di Ginevra (Svizzera) e condotta dalla dottoressa Stephanie Ortigue, quando una persona si innamora, in una piccola frazione di secondo si attivano ben 12 aree del cervello che iniziano a rilasciare sostanze chimiche euforizzanti: dopamina, ossitocina e adrenalina. Lo studio mostra anche che l’amore colpisce diverse parti del cervello, a seconda del tipo di sentimento: l’amore tra madre e figlio e quello appassionato, ad esempio, mettono in funzione aree cerebrali diverse.

Alle luce di queste rivelazioni, numerose sono state le discussioni dei romantici che, scettici, non accettano che un concetto così astratto e privo di ratio, venga spiegato attraverso formule e laboratori scientifici. Ma la scienza ha un vantaggio: nel momento in cui vi è una nuova scoperta, questa non può essere messa in discussione se non dalla scienza stessa.

Sonia Carrera

Foto - www.notizie.itwww.loschermo.ithttp://static.tuttogratis.it

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