La scomparsa di Federico Caffè

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Federico Caffè

Roma – Quindici aprile, 1987. Forse, le prime luci dell’alba. Il professore emerito di Politica economica, dell’Università di Roma, Federico Caffè, uscì dal suo appartamento di via Cadlolo a pochi passi da Monte Mario. Il fratello Alfonso, coinquilino del professore, non si accorse di nulla e continuò a dormire. Forse, Caffè si incamminò per le strade ancora vuote della Roma bene. O forse, un’auto lo aspettava fuori.  Certamente, questo è tutto quello che si può dedurre sia accaduto in quelle ore. Poi, Caffè sparì.

Il professore – Federico Caffè, nato a Pescara nel 1914, era un uomo schivo, brillante economista e profondamente affezionato ai propri studenti e al proprio lavoro. Solo durante le lezioni, l’uomo  metteva da parte la natura riservata e si dava con spirito vivo alla audience di giovani menti.

Gli studenti adoravano il loro professore, rimanevano incantati dalla lucidità del suo pensiero e rapiti dai dibattiti che egli riusciva a scatenare in aula. Caffè era più di un insegnante: era una guida, un mentore, un esempio. Poi, anche per il professore arrivò il momento del pensionamento.

La depressione – Nel 1984, dopo un 50nnio trascorso tra la cattedra e i banchi, Caffè raggiunse i limiti d’età e l’obbligo al pensionamento divenne motivo di profonda tristezza. Il riposo significava la rinuncia alla propria passione, all’incontro con gli studenti, alla desolazione dell’inattività intellettuale cosa, quest’ultima, più insopportabile di tutte. D’altronde, lo stesso Caffè non faceva mistero della propria sofferenza. In una lettera all’amico e ricercatore del CNR, Daniele Archibugi, l’economista scriveva <<Ho un grande rincrescimento per non essere in grado di trasmetterti ottimismo, ma ti confesso di vivere un momento di depressione profonda. Non credevo che la perdita del “filo diretto” con i miei studenti, potesse provocarmi un tale sconforto. Mi ero preparato spiritualmente a questo addio, ma non è stato sufficilente>>.

Non è tutto. Se, per il professore, la recente pensione era fonte d’oppressione, l’inquietudine che lo avvolgeva, in realtà, aveva radici molto più profonde ed era alimentata da tante disgrazie. La prima a morirgli fu la madre, seguita dalla vecchia tata e, in seguito, toccò ad uno dei suoi ex assistenti, Franco Franciosi, colpito da un infarto fulminante. Nel 1986 fu la volta dell’amico ed economista, Fausto Vicarelli, deceduto solo 50enne in un incidente stradale. Tuttavia, la sciagura che segnò di più Caffè fu la morte di un altro caro amico, Ezio Tarantelli. Uno dei volti più noti nel mondo dell’economia internazionale, grande riformatore e sostenitore di profondi cambiamenti nel mercato del lavoro. Uno spirito troppo liberista perché le Brigate Rosse non lo reputassero un nemico da abbattere, in fretta. Così fu. Nel marzo del 1985, l’economista venne freddato dalle mitragliette dei terroristi. Era appena salito sulla sua auto, dopo aver tenuto una lezione all’Università. Caffè rimase sconvolto dalla notizia. Inconsolabile. Quasi frastornato da tanta violenza, il professore sembrava incurante di quanto accadesse intorno a lui. Anche le minacce che egli stesso ricevette non lo scossero. Due giorni dopo l’attentato, qualcuno chiamò casa Caffè. Il fratello Alfonso prense la cornetta:

- Professor Caffè, è lei?

- Può dire anche a me, sono il fratello

- No, mi passi il professore, voglio parlare con lui.

- Non è in casa, ma lei chi è?

- Non ha importanza. Ma mi ascolti attentamente: ho qualcosa di importante da dirgli…Gli dica che dopo Tarantelli, il prossimo sarà lui.

Una volta riferitagli la conversazione, Caffè non battè ciglio:<<I brigatisti non avvertono. Sparano e basta>>.

Alla perdita degli affetti si aggiungevano anche i mancati riconoscimenti di carriera. Dopo anni trascosi a teorizzare modelli di sviluppo economico e a ricoprire incarichi importanti, come quello di consulente Ufficio Studi per Bankitalia, ora egli era solo un vecchio intellettuale accusato di voler ostacolare il capitalismo borsistico, preferendo un ritorno alla piccola impreditoria. Proprio lui, che aveva previsto ed allertato sulla
crisi di Borsa del 1986-87, accorgendosi quanto fossero avvelenati gli equilibri di un’economia su larga scala che basa la propria essenza sulla dabbenaggine di chi non sa cosa fa <<[…] lo

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Ezio Tarantella

Stato ha il dovere di informare il pubblico sul carattere ingannevole e fraudolento del mercato borsistico, sulla illusorietà di certe promesse di facili guadagni […]>>.

Nella seconda metà degli anni ‘80, Caffè era ritenuto, ormai, solo un alieno del mercato e una cariatide dell’antica finanza. Tutto questo lo umiliò fino allo scoramento <<Qualsiasi cosa io dica, non viene presa in considerazione. Dunque, è inutile parlare, discutere, spiegare. Nulla ha più senso, ormai, neppure che mi indigni>> .

La scomparsa – Questi furono gli ultimi anni di Federico Caffè: solo, affranto e sgomento da un mondo inacapace di capirlo o che egli era inadatto a capire. La cronaca racconta come, nel periodo precedente alla scomparsa, il professore trascorreva lunghe ore chiuso in casa, senza parlare e senza mangiare. Chiese alla segreteria dell’Università di radunare le carte che aveva lasciato in ufficio e riporle in una valigia. In seguito, trasferì il proprio denaro sul conto del fratello e consegnò ad un amico fidato le tesi dei propri amati studenti. Poi, la sera del 14 aprile, Federico Caffè andò a dormire e nessuno lo rivide più.

Nel 1998, il Tribunale di Roma ha dichiarato la presunta morte del professore. Il corpo non è mai stato ritrovato.

 

Chantal Cresta

 

Foto || wikipedia.org, vidiocomunicazioni.com

 

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