La mafia uccide solo d’estate, il film pungente di Pif

Il poster del film

Il poster del film

«Basta un poco di zucchero e la pillola va giù»: così recitava la canzone di un celebre film degli anni ’60 per indicare che tutto, anche il dover prendere una cosa amara, può essere fatto con piacere se condito con un briciolo di dolcezza e semplicità. Seguendo questo concetto, molti hanno reso gradevole qualcosa che poteva essere difficile. Si pensi a Patch Adams e la sua “clownterapia”, in cui la risata si dimostra un’ottima medicina. Anche molti artisti hanno fatto del riso un’ottima arma per polemizzare, commentare o spiegare fatti e avvenimenti difficili da raccontare. Lo scherno e la satira, spesso e volentieri, sono stati più efficaci di un contrasto. È su quest’atmosfera, altalenante fra sorrisi e penseri, che si basa il film La mafia uccide solo d’estate, scritto, diretto ed interpretato da Pierfrancesco Dilberto, in arte Pif, in concorso alla trentunesima edizione del Torino Film Festival e in uscita oggi nelle sale italiane distribuito dalla 01 Distribution.

L’AMORE AI TEMPI DI RIINA - La pellicola si svolge nella Palermo di Totò Riina e Ciancimino. Una città che sa cos’è la mafia e non reagisce, tanto che per alcuni non è pericolosa, mentre per altri non esiste. Una città che vede passare eroi come Boris Giuliano, Rocco Chinnici, Carlo Alberto Dalla Chiesa e Pio La Torre, lasciandoli soli a combattere tante battaglie. Una città che, malgrado tutto, è ricca di gente che vive la sua vita come se niente fosse… e tra questi c’è Arturo (Pif). Bambino prima e adulto poi, è lui il vero protagonista della pellicola che principalmente impara e conosce l’attualità dei suoi giorni perché vuole diventare un grande giornalista e, soprattutto, perché vuole conquistare Flora (Cristiana Capotondi), sua amata dalle elementari. Entrambi saranno testimoni, da soli o insieme, di eventi di vita e momenti storici che la città sicula ha vissuto in quei tragici anni.

La mafia uccide solo d'estate

Pif e Cristiana Capotondi in una scena del film

IL GUSTO SATIRICO - Già dalle prime scene il film mostra uno dei pilastri dell’arte di Pif: la satira. Questa, per niente velata, segue il principio della satira latina: «castigat ridendo mores», cioè «castigare i costumi ridendo». Non è una comicità volgare, codarda e solo allusiva; ma è pungente e palese, resa semplice grazie all’inventiva di vedere le cose con gli occhi di chi sta scoprendo la strada giusta da percorrere durante la propria vita. Una satira che fa ridere, pensare e al tempo stesso capace di essere rispettosa di quei momenti ed eventi importanti che la pellicola racconta.

L’IMPORTANZA DELLA DENUNCIA E DELLA CRITICA - Altro pilastro del film è la denuncia. La Storia, ricostruita bene anche attraverso l’uso di oggetti e vestiti, è vista sia con gli occhi innocenti del bambino che cresce sia con quelli dell’adulto giornalista. Oltre a conciliare perfettamente il racconto di un “every man” con pezzi di storia del nostro Paese, il regista riesce a far cogliere anche al più innocente e disinteressato degli uomini il messaggio sociale della lotta alla mafia. I temi toccati dalla critica di Pif sono molti: dal giornalismo corrotto, che allontana chi non ha paura di parlare, alla collaborazione della Chiesa e ai suoi membri con personaggi di stampo mafioso. Altra critica, anche se non evidente come le altre, riguarda il distacco generazionale. La generazione sposata negli anni ’60 (quella dei genitori di Arturo), si dimostra una generazione omertosa, che copre, nasconde e si vergogna nel parlare di determinate cose; completamente diversa da quella nata in quegli anni che vuole scoprire, sapere e denunciare il marcio della società.

LO STILE E GLI INTERPRETI – La mafia uccide solo d’estate è un film scorrevole per via dello stile sciolto e spontaneo, che ha sempre caratterizzato l’operato di Pif. Al tempo stesso, però, è un film che si vorrebbe rivedere più volte. Interessante notare un tocco felliniano nell’uso di scene-simbolo, come il manifesto di Andreotti che cade dopo la morte di Dalla Chiesa o le porte che si chiudono alle parole di Riina: «Prima pensiamo agli amici poi ai nemici». Gli interpreti sono tutti bravi e ben inseriti, anche se un applauso a parte meritano Ninni Bruschetta, nella parte di Fra Giacinto, e il giovane Alex Bisconti, nel ruolo del piccolo Arturo.

La pellicola è degna della fiducia che il pubblico di Pif riponeva in lui, forse pure qualcosa in più. La pellicola, per riassumere, possiede comicità, serietà, una storia che funziona e una morale finale profonda: una favola moderna, per tutte le età e che rimarrà, molto probabilmente, sempre attuale.

 Francesco Fario

 

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