La lunga agonia del Pd tra nostalgie e incomprensioni

A poca distanza dalle elezioni regionali il Pd sembra sempre più nel caos, aspirando a nuove unioni e sperando di non incappare in nuove cadute interne

di Chantal Cresta

Che fatica questobandiera pd Partito Democratico che si arrabatta tra la questione morale e i propri scandali interni. E che fatica per Pier Luigi Bersani vestire i panni del sottosegretario di una coalizione da mesi sconquassata tra capitomboli politici e dimissioni alle soglie delle elezioni regionali.

Poi, quanti capricci e sgarri tra compari di partito, incomprensioni e sberleffi, dichiarazioni di prossime rotture interne e nuove coalizioni a divenire.

Basta osservare cosa è accaduto nel Pd, in queste due ultime settimane, per capire quanto complicata sia l’esistenza di questa unione, che tutto pare, tranne che unita. Innanzitutto la scelta di non appoggiare Nichi Vendola alle primarie interne per la corsa alla regione Puglia. Un “incidente” di percorso che ha visto il Pd fare una clamorosa brutta figura di fronte agli elettori pugliesi di sinistra.

Poi le esternazioni del sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, che con un’intervista a La Stampa ha attaccato l’amministrazione Bersani definendola a “zig zag” e auspicando la formazione di un nuovo Ulivo di cui, dice, reggerebbe volentieri la leadership. A seguire le repliche aspre del presidente del Pd, Rosy Bindi a Chiamparino e, già che c’era, anche qualche bacchettata nei confronti dell’Udc di Casini che non si coalizza con il Pd in Puglia, ma con il Pdl in Campania e Calabria.

Poi ci sono le dimissioni di Delbono dalla poltrona di sindaco di Bologna e ll tentativo, di alcuni esponenti del Pd, di convincere Romano Prodi a candidarsi, senza consultarsi con i vertici del partito. E ancora, Walter Veltroni, che scrive su Facebook le sue considerazioni politiche sul Pd in chiave calcistica citando Mourinho: «In Italia è impossibile innovare, si può solo resistere» mentre la teodem Paola Binetti dichiara di essere di nuovo sul punto di abbandonare il partito.

Che confusione. Quale caos in una coalizione nata per armonizzare e gemellare le correnti di sinistra in un corpo unico fondato sulla democrazia. Di chi è la responsabilità della deriva di un progetto politico di così ampio respiro che avrebbe potuto essere una reale alternativa, se non ai governi di centro destra, quanto meno a quelli della prima repubblica di centro sinistra?

Certamente, Veltroni e Franceschini prima e Bersani oggi, hanno avuto la loro parte nella mancata adesione delle varie frange del partito ad un unico progetto politico che fosse in grado in andare al di là dei particolarismi di brigata.

Tuttavia, il problema del Pd non consiste solo nella, pressoché totale, mancanza di un piano politico concreto, ma nell’assenza di ciò che vi è prima: una visione politicamente attuale dell’Italia ed un’immagine organica ed unitaria di come potrebbe essere il nostro paese se gestito in un certo modo.

Ciò che manca al Pd è una reale motivazione di intenti e un’indagine sociologica di cosa significa essere italiano oggi. Quello che manca è una proiezione del partito e del Paese, che sia capace di andare oltre i facili slogan antiberlusconiani.

La destra, o meglio il premier, ha già risolto molte di queste difficoltà, scegliendo di incarnasi nell’immagine di un parvenu della politica, furbo e con pochi scrupoli, ma con idee molte chiare e un progetto definito per il quale è disposto a mettersi in gioco di persona: fare del Parlamento un suo braccio, della Costituzione una sua costola e dell’Italia una sua S.p.a.

E il Pd cosa vorrebbe fare? Perché? Come? Con quali risorse? Solo rispondendo a queste domande è possibile costruire un progetto politico solido, in grado di stimolare un dibattito interno serio e capace di raccogliere adesioni, se non voti. Se, poi, per farlo è necessario rinunciare a qualche frazione politica poco incline al compromesso, pazienza. Meglio privarsi di qualche sodalizio poco felice, piuttosto che screditarsi di fronte agli elettori.

Invece, il Pd, sembra voler continuare a far finta di non comprendere questa consapevolezza e perdura a portare avanti, come motivo del proprio esistere, il dover sconfiggere Berlusconi. Un tentativo apprezzabile, non c’è dubbio, ma buttare fuori il premier da Palazzo Chigi non può essere lo scopo di una intera coalizione, ne è solo una conseguenza.

Serve di più. Ma quel tanto in più necessario, non può essere rimpiazzato da palliativi, quali rispolverare vecchie glorie come Romano Prodi che, malgrado sia un politico di lungo corso, non è riuscito a suo tempo, in qualità di Presidente del Consiglio, a proporsi come collante di questa coalizione. Non si capisce perché dovrebbe riuscirvi ora come sindaco di Bologna.

Forse, ha ragione Bersani quando sostiene che il Pd è ancora un partito giovane e ha bisogno di tempo per crescere, tuttavia, le regionali si avvicinano e la situazione intestina al partito sembra sempre più critica. Ci si augura solo che il Pd non deceda prima di arrivare alla maggiore età.

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