La legge sulla par condicio fa zittire la tv

A un mese dalle elezioni sono stati “imbavagliati” i programmi di approfondimento politico. Dure le reazioni dei conduttori delle trasmissioni

di Sabina Sestu

Il Consiglio di amministrazione della Rai ha deciso, a maggioranza, che i talk show di approfondimento giornalistico non andranno in onda da questa settimana. Con cinque voti favorevoli e quattro contrari il Cda della Rai ha deciso che Porta a Porta (Raiuno), Annozero (Raidue), L’ultima Parola (Raidue) e Ballarò (Raitre) saranno interrotti per il periodo della campagna elettorale per le elezioni Regionali. Il Cda ha affermato di aver preso questa decisione rifacendosi alla legge della par condicio (legge n° 28 del 2000). I cinque consiglieri Rai che hanno votato per interrompere i talk show, sostenendo era l’unico modo per applicare il regolamento della Vigilanza senza incorrere in sanzioni, sono Giovanna Bianchi Clerici, Alessio Gorla, Angelo Maria Petroni, Guglielmo Rositani e Antonio Verro.

Ma la legge sulla par condicio, voluta dall’ex premier D’Alema, non ha mai portato a decisioni così drastiche da quando è stata emanata 10 anni fa. Alessio Butti del Pdl, capogruppo in Vigilanza, difende la decisione presa dal Consiglio di amministrazione Rai: «Quanto deciso dal Cda Rai non è un bavaglio all’informazione, ma piuttosto la naturale conseguenza dell’applicazione della legge 28 del 2000, voluta dall’ex premier D’Alema. L’impegno di informare da parte della tv di Stato non verrà meno». E Massimo  D’Alema si difende affermando che: «Qualcuno ha dato la colpa a me perché quella norma fu varata dal mio governo. Ma siccome quella norma esiste da oltre 10 anni e non ha mai dato adito a queste decisioni, è evidente che ciò che accade non dipende da quella norma, ma dipende dal regolamento che è stato fatto che va ben oltre il senso della norma stessa». Per l’ex leader dell’opposizione è un «duro colpo alla libertà dell’informazione».

Tutti i conduttori dei programmi di approfondimento giornalistico, che sono stati esclusi per un mese dal palinsesto della televisione pubblica, annunciano battaglia. Michele Santoro, conduttore di Annozero, ha dichiarato che: «Il 25 marzo proverò ad andare in onda con una vera e propria trasmissione di Annozero. Non so ancora dove.  Sarebbe un boato, una risposta formidabile, squarcerebbe questo silenzio sul quale si vuole costringere il nostro lavoro. Un boato che si trasmette di bocca in bocca, come un tam tam, e byapassare questo divieto».  Santoro non esclude che possa giovarsi del web per mandare in onda il suo programma. Mentre Giovanni Floris, conduttore di Ballarò, asserisce che questa decisione «è dannosa e cercheremo ogni spazio nel diritto e nei regolamenti per riuscire ad andare in onda. È il trionfo del silenzio sull’informazione, una situazione che non ha precedenti nel mondo occidentale». Gianluigi Paragone, che conduce L’ultima parola dice che è: «Una scelta che non condivido, grave. Una ferita per il telespettatore e per il cittadino». Le tribune elettorali sono giustissime e dovute, «ma sono soprattutto i talk show che restituiscono il pathos politico alla politica».

Sergio Zavoli

Per tutti, insomma, è un grave danno che si arreca alla nostra democrazia. Non esiste in questo modo, infatti, la par condicio, visto e considerato che le trasmissioni di approfondimento politico sulle reti televisive commerciali non hanno subito nessun limite o tagli. La certezza è, quindi, quella che le reti del presidente del Consiglio continuano a fare approfondimento politico senza limite alcuno, rendendo in tal modo vana la legge sulla equa competizione elettorale. E’ quello che sostiene lo stesso Sergio Zavoli, presidente della Commissione parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi, che ritiene l’iniziativa «drastica e semplicistica». Zavoli afferma che: «La gestione del problema si è svolta al di fuori dell’interesse dell’azienda e dei suoi utenti. È una scelta che può riservare conseguenze pregiudizievoli per il servizio pubblico e per l’autonomia dei suoi giornalisti».

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