La guerra dell’acqua

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La guerra dell’acqua

Jacques Cousteau diceva: «Ci dimentichiamo che il ciclo dell’acqua e il ciclo della vita sono una cosa sola…». L’uomo comprende ciò che è l’acqua, la risorsa naturale più importante e vitale, ma non lo rispetta: se ne appropria, la spreca e la sfrutta come un bene addizionale della natura che, al pari del ferro, del rame o del petrolio, deve essere sviluppato da capitali privati che presuppongano l’incentivo del guadagno.

Cosa succede quando l’acqua diventa un prodotto commercializzato nel mercato della domanda e dell’offerta? Nonostante l’Assemblea Generale delle Nazione Unite riconosca  l’accesso all’acqua potabile quale diritto umano inalienabile ed essenziale per il pieno sfruttamento della vita e di tutti gli altri diritti connessi all’uomo, più di millecento milioni di persone in tutto il mondo non hanno acceso diretto alle fonti che somministrano l’acqua bevibile.

Questo si deve al fatto che soltanto lo 0,007% dell’acqua presente nel pianeta è potabile – cifra che si riduce ogni anno – e di conseguenza, tale elemento si converte in un bene scarso e prezioso. Tutti i Paesi che soffrono di carenza d’acqua e di servizi igienico-sanitari sono strettamente legati alla povertà: infatti, due persone su tre prive dell’acceso idrico sono poveri che destinano la maggior parte delle proprie modeste entrate al pagamento dell’acqua, la quale, per di più, ha un prezzo più alto in termini assoluti.

Inoltre, la necessità è anche quella di bilanciare i differenti bisogni delle zone urbane – più densamente popolate e soggette ad una continua crescita demografica, con conseguente sempre maggior richiesta di acqua – e le zone rurali – con le proprie esigenze idriche derivanti in buona parte dall’attività agricola – creando così un divario sempre  più ampio tra queste differenti realtà. Malgrado i governi abbiano manifestato la propria decisione di aumentare e facilitare l’acceso all’acqua potabile negli Obbiettivi del Millennio (Mdg) e abbiano dichiarato il 2013 come l’anno internazionale della cooperazione nella sfera dell’acqua, ad oggi non vi sono stati progressi significativi in questa materia.

Addirittura il problema si è aggravato per la mancanza di volontà politica e anche per il processo di mercificazione dell’acqua. In questo senso risultano rilevanti i parametri dell’America Latina: il continente si trasformò negli anni novanta in un vero e proprio “laboratorio di privatizzazioni”, applicando il “Washington Consensus” – lista di riforme economiche promosse dal Fondo Monetario Internazionale, dalla Banca Mondiale e dal Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti d’America. Tali direttive includevano riorganizzazioni di stabilizzazione destinate a ridurre le spese pubbliche. Si cominciò così a favorire la partecipazione del settore privato nei servizi idrici, sostenendo come argomento principale che l’efficienza deriva sempre dalla competitività e perciò il settore privato, meno regolamentato e dotato di una tecnologia più avanzata , sarebbe stato più efficace.

Le multinazionali effettuarono dunque una strategia commerciale che, sommata ad una gestione pubblica fortemente indebitata, permise di applicare facilmente le politiche strutturali neoliberiste più aggressive sul rifornimento ed il trattamento dell’acqua. Perciò il Sudamerica risultava una piazza appetibile per quanto riguarda l’investimento del capitale privato, in quanto in pratica le concessioni sulla gestione delle acque da parte dei governi centrali a favore dei comuni era un sistema valido per indebolire la competenza statale in materia. Infatti, mentre l’acqua era gestita da varie aziende statali, parallelamente alcuni comuni privatizzarono parte dei propri diritti  su questa risorsa basica, incoraggiando in molti casi fenomeni di corruzione nell’aggiudicazione delle concessioni.

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La guerra dell’acqua

Allo stesso modo, l’acquisizione di servizi igienico-sanitari, la vendita d’acqua imbottigliata, la costruzione d’impianti per il trattamento delle acque residuali o la gestione delle dighe per la produzione d’energia idroelettrica sono i processi più comuni per far passare questo bene pubblico in mani private. Gli effetti diretti consistono in un acceso limitato, il quale risulta insufficiente a rifornire le popolazioni delle zone meno fruttuose, un conseguente aumento dei prezzi tanto per lo stato quanto per i consumatori domestici o gli agricoltori, e l’imminente danno ambientale. Il caso più emblematico è conosciuto come “Guerra dell’acqua di Cochabamba (Bolivia)” dove tredici anni fa migliaia di persone scesero in piazza per abrogare la legislazione che offriva su un piatto d’argento i servizi idrici locali alla compagnia statunitense Bechtel. Poco dopo, come effetti della privatizzazione, venne istituito un sistema di permessi per l’accesso all’acqua ed il prezzo di questa aumentò del 300% – basti pensare che perfino per l’acqua piovana era richiesto un sistema di licenze.

Finalmente, sotto la pressione popolare, il governo boliviano fu costretto ad abolire la legge 2929 che dava il via libera alla privatizzazione dell’acqua potabile e delle reti fognarie, pubblicizzando nuovamente i servizi idrici ed interrompendo il contratto con la multinazionale, che reclama tuttora un indennizzo per un mancato guadagno di oltre venticinque milioni di dollari. Dopo vent’anni di esperienze private nel controllo e nella distribuzione dell’acqua si è chiaramente dimostrato il fallimento del modello delle privatizzazioni.

Da Buenos Aires a Manila, passando per Jakarta e la stessa Cochabamba, l’investimento privato non solo non ha generato i profitti desiderati dalle aziende straniere ma, soprattutto, ha lasciato scoperte le necessità basiche della popolazione, dimostrando così che sui servizi primari la gestione più opportuna, funzionale ed equa deve essere affidata al settore pubblico.

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La guerra dell’acqua

Ancora oggi, quasi il 20% della popolazione sudamericana non ha acceso all’acqua, arrivando al 40% senza prestazioni igienicosanitarie, maggiormente scarse nelle zone rurali.

Ma è indubbio che la forte opposizione dei diversi settori sociali sta permettendo che progressivamente la risorsa idrica passi ad una gestione pubblica e che le multinazionali stiano lasciando gradualmente il continente americano.

A dispetto di tutto ciò,in Brasile, ad esempio, circa il 90% dell’acqua che si utilizza per l’irrigazione è in mani di privati ed in Messico, quest’anno, è scattato l’allarme. In sette città i servizi idrici municipali, gli impianti di trattamento dell’acqua e la costruzione di dighe sono statI privatizzati, specialmente dalle multinazionali spagnole.

Ad oggi di certo, nei Paesi del Sud, si va via via sviluppando una gamma di approcci innovativi per migliorare i sistemi d’approvvigionamento pubblici d’acqua e in molti casi le riforme si basano sulla partecipazione diretta dei cittadini. L’acqua non è una merce, l’acqua è un diritto umano: che la cosa sia focalizzata da tutti e diventi finalmente una verità assoluta.

Sandra Alvarez

Foto: opinion.com.bo, tg24.sky.it

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