La grande bellezza e il Golden Globe: l’Italia sa solo criticare

Non basta il Golden Globe a far riposare la critica italiana. Invece di essere felici, si preferisce far prevalere le proprie posizioni come non mai. Perché?

Toni Servillo nei panni di Jep Gambardella in "La grande bellezza" (gliscritti.it)

Toni Servillo nei panni di Jep Gambardella in “La grande bellezza” (gliscritti.it)

In Italia, per quei rarissimi casi in cui qualcosa da noi prodotto viene esportato all’estero e, per di più anche apprezzato e premiato, potremmo almeno provare ad essere un minimo contenti per qualcosa di eventualmente positivo. E invece no: sappiamo solo lamentarci, criticare e additare. È un dato di fatto che è emerso anche grazie alla vittoria del Golden Globe di La grande bellezza, l’ultimo discusso film di Paolo Sorrentino, come miglior pellicola straniera.

LA CRITICA DELL’ITALIETTA – Da quando esiste ogni forma d’arte, come è normale e anche giusto che sia, regna incontrastata una scissione tra il concetto di “critica” (almeno da quando essa è considerata a livello sia informativo che pedagogico) e “pubblico”. Il “popolo”, il “consumatore”, o come chiamar si voglia il principale destinatario del prodotto artistico inteso in termini non solo culturali ma anche industriali (sistema che alla nostra nazione manca da troppi decenni, così come una adeguata legislazione finanziatrice che vada oltre l’effetto di mero decreto legislativo), ha tutto il diritto di giudicare e sentenziare ciò che desidera perché (pirateria o no) resta sempre il primissimo giudice di successive produzioni su di esso modellate, almeno a livello commerciale. Questo è quanto vale in ambito di piacevoli chiacchierate o discussioni tra appassionati, anche se troppo spesso degeneranti in modi fin troppo discutibili per modalità di svolgimento prossime all’indecente.

Finché ci si scanna tra plebei si può anche lasciar passare, volendo. Quando, però, a comportarsi in maniera ben più che grossolana (e francamente irritante) è una buona parte della critica italiana professionista e retribuita dai maggiori quotidiani nazionali, vale a dire coloro che il concetto di Cultura (in questo caso cinematografica ma non solo) dovrebbero difenderlo a morsi e divulgarlo a più non posso nella maniera più consona possibile, la mente e l’animo nazionale dei meno monetariamente schierati percepisce quella scintilla che fa scattare un certo imbarazzo e, in verità, un non facilmente estirpabile velo di amarezza.

L’INDIFFERENZA AL POSITIVO – Fin dalla sua uscita nelle sale cinematografiche italiane, dopo il passaggio a Cannes, La grande bellezza è stato trattato non benissimo da una buona fetta di critica “mainstream” nostrana. Perché?

Il film di Sorrentino (come nel caso di Il divo o This must be the place) è senza dubbio discutibile su vari aspetti: dalle scelte narrative a quelle tecniche, dalla sostanza dei riferimenti più o meno cinefili (per quanto lo stesso Sorrentino non abbia mai dichiarato nulla di particolare né fatto i nomi di Fellini & company se non su domanda di interlocutori) agli eccessi di simbolismo in questo o quel particolare più o meno metaforico, Sorrentino è stato accusato spesso di innalzamento a unico detentore della novità cinematografica italiana (lo stesso è valso anche per Matteo Garrone).

La grande bellezza è, per Mereghetti del Corriere, «ridondante», «sentenzioso» e pieno di «situazioni già viste». Ma già viste da chi? Da critici esperti e professori emeriti di Filmologia? Dove sono, costoro, oltre i Roberto Nepoti (seminale nell’aver accostato Il discorso del racconto di Genette al linguaggio cinematografico in L’illusione filmica, Utet 2005, unico vero e grande manuale di filmologia italiano), i Paolo Bertetto o i Sergio Bassetti che a qualche divinità chiediamo di preservare?

Paolo Sorrentino con il Golden Globe (giornalettismo.com)

Paolo Sorrentino con il Golden Globe (giornalettismo.com)

C’è chi fa arma della sobrietà e trova il plauso statunitense a Sorrentino “non esaltante”, come Cristina Piccino del Manifesto: «L’impressione, come ai tempi di Tornatore, che difatti vinse il Golden pure lui con Nuovo cinema Paradiso (88) – scrive la Piccino – è che nel mondo, in America particolarmente, rispetto al nostro cinema si cerchino conferme e rassicurazioni, inseguendo una nostalgia (molto vintage) per la grandezza del passato. È rassicurante dunque rintracciare le vestigia del Cinema Italiano, aggrapparsi all’aura felliniana, poco importa se poi Fellini non c’entra nulla, ciò che conta è pensarlo»

Il bello della diretta è che, però, la sostanza, qualche volta, si annida altrove.

IL GRANDE SONNO – Carlo Verdone, tra gli interpreti di rilievo del film, confermava a Fabio Fazio l’importanza fondamentale della visione che di Roma può avere solo colui che non vi è nato ma che, per contro, vi ha trascorso diversi anni della sua vita. Tanto un artista quanto un qualunque essere umano, da studente a lavoratore fuori sede, matura istintivamente un’idea della millenaria grandezza capitolina controbilanciata dallo squallore disumano di molti suoi abitanti perché sono proprio questi ultimi ad essere assuefatti dalla grandiosità di ciò che hanno sotto gli occhi in misura stancamente quotidiana.

Alla luce di certe critiche (sia popolane che professionistiche) che, a poche ore di distanza dallo storico Golden Globe, continuano a puntare il dito contro La grande bellezza con impliciti insulti di pochezza morale e strutturale, viene da pensare come il discorso del romano stanco o mai consapevole della grandezza capitolina sia estendibile al concetto di italiano assuefatto o noncurante di ciò che di buono o quantomeno positivo, malgrado tutto, in Italia c’è e cerca di farsi sentire, in qualche modo.

GIUDIZI UNVIVERSALI – Sorrentino, da sempre, è un regista stilisticamente “italiano non italiano” ma, soprattutto, è da sempre un autore che, per molti, o si odia o si ama. Così come o si odia o si ama chi finanzia e distribuisce i suoi film. Finché la diatriba viene consumata in eterno sulle pagine cartacee o virtuali dei nostri giornali, va tutto bene: ben vengano le discussioni purché costruttive e sensate. Il problema è che la vittoria statunitense de La grande bellezza avrebbe dovuto, negli animi delle persone normali (sia negativiste che positiviste nei confronti della pellicola e del suo diretto autore), destare piacere se non proprio serenità e contentezza per essere stati apprezzati, in un modo o nell’altro, nella patria di chi il cinema lo ha reso quello che da noi non è più, ovvero anche un’industria, non per forza uccidendo il lato qualitativo (negli Usa vige una regolamentazione finanziaria che crea un vero e proprio mercato parallelo di film low budget di tutto rispetto). E invece no: giù ancora con critiche su critiche.

Certo, anche il sottoscritto, in chiacchierate e discussioni tra semplici amici appassionati, ha avuto da dire diverse cose su autore e produzione. Ma fermarsi un solo secondo a considerare esclusivamente che un film italiano ha ottenuto un riconoscimento del genere, dopo tanti anni, senza continuare in eterno a lagnarsi per questo o quel dettaglio, questo o quel nome, questo o quel riferimento, sarebbe troppo controcorrente per lor signori? Certo, non è un “vaffanculo” di Servillo a fungere da giusta difesa alla situazione (anzi, è condannabilissimo), ma centinaia di parole spese ovunque, e raramente con una certa logica, non rendono comunque giustizia a un’intera situazione che vede l’Italia, una volta ogni morte di papa, essere al centro dell’attenzione anche oltreoceano, il che vuol dire a livello planetario.

Paolo Sorrentino alla macchina da presa (movieplayer.it)

Paolo Sorrentino alla macchina da presa (movieplayer.it)

MORS TUA VITA MEA – Forse un film di Sorrentino o di Garrone offende il “buon senso” di coloro che vogliono continuare a vedersi arrivare in sale sempre meno piene film giudicati di “interesse culturale nazionale” per soli scopi di finanziamento e, dunque, senza avere assolutamente niente, ma proprio niente, di culturalmente preservabile? Forse quei prodotti fanno sentire qualcuno un po’ più in pace con se stesso perché, nonostante la dicitura ministeriale, trattano argomenti totalmente esterni alle pungenti intuizioni di qualcun altro (non importa se fatte bene o male perché esistenti e basta)?

Sorrentino (come il Garrone di Reality), se non altro, ha provato a dire qualcosa di veramente importante. Qualcosa, evidentemente, di particolarmente forte se, come è ormai del tutto palese, in molti si sono (mica tanto) inconsciamente sentiti chiamati in causa e, di conseguenza, offesi di essere stati innalzati a protagonisti negativi assoluti, colpevoli ricettori, al massimo, di considerevole (e sindacabilissima) pietà e compassione.

Viene da pensare che quel qualcosa, nei vari (tanti) non detti di quelle decine di recensioni, ha scatenato un senso non scritto di distacco e repulsione per aver riconosciuto se stessi in certi comportamenti, pensieri o situazioni complessive, sia collettive che interiori. Viene da pensare che l’Italia culturale attuale sappia solo criticare per difendere la propria debolezza e pochezza ideologica e culturale (le vere “conferme” e “rassicurazioni”), o per stroncare sul nascere l’ipotesi di vedersi accusare seriamente di indifferenza, noia e barbarie morale orgogliosamente ostentata in conferenze stampa e anteprime cinematografiche con tanto di commenti beffardi ad altissima voce o finti colpi di tosse nel mezzo di festival e rassegne importanti.

In fin dei conti il motto che rischia di prevalere è: sempreverde sputtanamento tuo, sopravvivenza di me pressappochista.

E, ahinoi, non soltanto al cinema.

(Foto: cinema.sky.it / gliscritti.it / giornalettismo.com / movieplayer.it)

Stefano Gallone

@SteGallone

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