La Gran Bretagna contro l’immigrazione bulgaro-rumena

Dall'accoglienza al rifiuto, scenari opposti nella stessa Unione Europea

Londra – Una campagna informativa su due fronti: governo e organi di stampa. È questa l’idea che l’esecutivo londinese, guidato dal conservatore David Cameron e retto da una coalizione formata da conservatori e liberal-democratici, vuole attuare per fermare quella che in molti hanno già definito “invasione”, e che riguarderà i cittadini di Bulgaria e Romania.

In virtù del particolare status ricoperto dal Regno Unito, infatti, i cittadini delle ultime due nazioni che entrano a far parte a pieno titolo dell’Unione Europea sono sottoposti a specifiche limitazioni di immigrazione e residenza sul suolo britannico, limitazioni tuttavia che hanno una specifica durata temporale, e che per quanto riguarda questi due stati termineranno con la fine di quest’anno.

A partire dal 2014, quindi, potrebbero essere oltre duecentomila (le stime preliminari parlano di 250.000 ingressi nel giro di pochi anni) le persone, provenienti da Romania e Bulgaria, che potrebbero legittimamente, in quanto cittadini europei, trasferirsi in Gran Bretagna per cercare occupazione e migliori condizioni di vita. Eventualità questa che ha messo in allarme il governo, il quale appunto vuole dare vita, seguendo illustri precedenti, a una anti-nation branding campaign, una campagna di auto-delegittimazione con l’effetto di scoraggiare questa massa di “cittadini del continente” dal voler tentare una nuova vita nelle grandi città, come Londra e Manchester, da sempre poli vitali per il mondo del lavoro.

La campagna di (dis)informazione sarebbe una soluzione di ripiego, tuttavia, rispetto agli intenti originali del governo Cameron, che in prima istanza avrebbe pensato a limitazioni per gli ingressi ben più severe, come il blocco delle frontiere – che fu applicato in Spagna proprio contro bulgari e rumeni – o, in alternativa, con leggi che riducano fortemente l’assistenza gratuita e statale, fulcro di quel Welfare State che proprio gli inglesi contribuirono a creare, dopo la fine del secondo conflitto mondiale.

La xenofobia dei britannici, tuttavia, non è cosa nuova: già nel biennio 1947-1948, quando gli abitanti delle colonie caraibiche tentarono di raggiungere Londra, il Foreign Office (a suo tempo diviso in Foreign e Commonwealth) diede il via a una lunga serie di iniziative per scoraggiare gli immigrati, che in Inghilterra avrebbero sofferto di indigenza, miseria e, last but not least, per il clima particolarmente rigido. Operazione che si ripeté poi negli anni ’70, quando Leicester “se la prese” con ugandesi e asiatici, usando toni e teorie simili per ridurre l’impatto dei flussi migratori. In entrambi i casi, la propaganda fallì, contribuendo per contro ad avviare quella rivoluzione multiculturale che ha reso il Regno Unito un paese ad alto tasso migratorio.

In questo terzo – estremo, se si vuole – tentativo, sono coinvolti quotidiani di prim’ordine, come ad esempio il Guardian, che ha proposto una campagna-sondaggio, con i lettori invitati a creare uno slogan contro la propria patria. «Our country sucks», il nostro paese fa schifo, è solo una delle tante frasi che potrebbero/dovrebbero dissuadere i cittadini di Romania e Bulgaria, la cui popolazione è diminuita complessivamente di 4 milioni di unità in appena trent’anni proprio a causa dei flussi in uscita, a colonizzare la terra della regina Elisabetta II, preferendovi magari la più calda e familiare Italia, dove il gruppo etnico romeno consta di oltre un milione di individui, essendo cioè il più numeroso, quanto quelli di Albania, Marocco e Cina messi insieme.

Unione Europea sì, ma europei uniti no. Questo è il messaggio che, ancora una volta, arriva da Londra, e che in un periodo di grandi difficoltà economiche potrebbe dominare le idee politiche di molti gruppi, innescando così effetti potenzialmente incontrollabili, specie se garantiti e protetti da un processo legislativo.

Stefano Maria Meconi

@_iStef91

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