La Fondazione TPE inaugura con Dieci storie proprio così

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Dieci storie così ha inaugurato la stagione della Fondazione TPE

Torino – Si è aperta ufficialmente venerdì 18 ottobre la stagione teatrale della Fondazione TPE. A fare gli onori di casa la Presidente Maddalena Bumma e il Direttore Beppe Navello, uniti sul palcoscenico per ringraziare il pubblico presente e per ricordare l’importanza collettiva del teatro e della cultura tramite l’ espediente della lettura dell’articolo 9 della Costituzione: «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione».

L’opera di apertura della stagione teatrale è Dieci storie proprio così per la regia e drammaturgia di Emanuela Giordano. Un palco spoglio, quattro sedie ospitanti dei musicisti, sette attori ed uno schermo sono gli unici elementi presenti in sala, annunciando allo spettatore la scelta di voler porre l’accento esclusivamente sulla storia.
Lo spettacolo si intreccia sulla sottile spiegazione della parola legalità e lo fa tramite il racconto di dieci storie di cronaca, più o meno nota, che mostrano la difficoltà di vivere quotidianamente accanto alla camorra, con la consapevolezza di sentirsi estranei e insicuri in casa propria. Le battute degli attori sono una lettura sociale di paesi e persone corrose dalla criminalità organizzata ma si accostano ad eventi che, con lotta e fatica, sono riusciti ad ottenere un lieto fine. Si pone l’accento, con la scritta alle spalle degli attori «mostri non si nasce, ma si diventa», sull’importanza che la cura dei giovani deve ricoprire.

Le prime storie narrate raccontano di come killer e morti della camorra siano ragazzi che non superano la soglia dei 25 anni, facendo così luce sul primo grave problema della società odierna: l’abbandono dei giovani. «Non lamentiamoci se la camorra è l’unica che si occupa di loro» recita un attore, spiegando come la loro terra sia ricca di giovani, definiti a rischio, che non possono contare sull’aiuto di famiglie o istituzioni e vengono così attratti, affascinati e risucchiati dal guadagno facile e dalla voglia di potere. Questo circolo vizioso è continuo ed inarrestabile e solo una lotta costante di Stato e cittadini può fermare un’ascesa inevitabile. Nascono così centri di accoglienza e rivalutazioni di territori adibiti all’educazione di ragazzi soli, di cui diventa celebre ed importante l’esempio del Teatro San Carlo di Napoli che ha trasformato i capannoni dell’ex Cirio di S. Giovanni a Teduccio in laboratori teatrali aperti a tutti.

«Le idee non si fermano con la paura » scrive una penna immaginaria sullo schermo a fondo palco, racchiudendo il principio generale su cui si deve lavorare per far risorgere città e cittadini. Questa frase è anche l’incipit per raccontare la vicenda tristemente nota del giornalista Giancarlo Siani, vittima della camorra nel 1985. Ciò che gli attori raccontano, aiutandosi con le parole del fratello Paolo Siani, è la tenacia e la forza di Giancarlo dedito al suo difficile mestiere; il giornalismo per Siani è una continua ricerca della verità, non dello scoop, ed un mezzo per istruire e raccontare a tutti la realtà dei fatti; una realtà che, seppur gli è costata la vita, lo ha reso immortale e trasformato in un «martire per la verità », come si legge dal sito a lui dedicato. Oltre ai numerosi riconoscimenti a lui intestati, tra cui il Premio Giancarlo Siani, gli attori dello spettacolo citano l’importante creazione di Radio Siani sorta in un bene confiscato alla camorra nella città di Ercolano e tramite cui si esercita un vero e proprio lavoro di sensibilizzazione, nella speranza di creare un domani migliore.

Per spiegare nel profondo la realtà delle terre vittime di camorra, la regia e gli attori prendono ad esempio storie incredibili, a volte dimenticate dalle cronache.
Si ricorda così la piccola Annalisa Durante, colpevole di avere i capelli rossi come Salvatore Giuliano ed uccisa per sbaglio a Forcella, paese in cui «tutto passa per le mani della camorra». Per mano dei sicari muore anche, nel 1980, Marcello Torre, sindaco di Pagani dopo solamente quattro mesi di mandato, per essersi opposto alle infiltrazioni camorristiche nelle procedure di assegnazione degli appalti dopo il terremoto dell’Irpinia; «non un eroe, ma un uomo giusto», è descritto nella pièce teatrale.
E come lui Don Peppino Diana, impegnato nella lotta alla criminalità organizzata nel comune di Casal di Principe, assassinato nel 1994, e Federico Del Prete, sindacalista italiano, ammazzato da Antonio Corvino, reo confesso dell’omicidio, nel 2002.

Storie allucinanti e che potrebbero sembrare surreali se non fossero quasi quotidiane; storie che, ci tiene a precisare la regista, non sono prime o seconde ma fanno tutte parte di un’unica vicenda che lega indissolubilmente tutti. «La politica non è un affare privato ma una questione sociale» è un’altra frase d’impatto e tremendamente reale che appare sullo schermo, volta a ricordare quanto solo le istituzioni possano collaborare e agire realmente sul territorio. Ciò che ancora risulta più importante dallo scritto del testo è che la parola ‘istituzione’ è usata nel senso proprio del termine; istituzione è necessariamente lo Stato, di cui a volte manca la presenza, è il luogo fisico cinto da mura ma, forse soprattutto, la singola persona che lotta e crede nel cambiamento.

Un momento dello spettacolo

Un momento dello spettacolo

«Le cose possono cambiare» è il messaggio di fondo di tutta l’opera, rivolto senza distinzione a tutti, che diventa il motto di associazioni nate dalla sola volontà di cambiamento. Esempio primo di questa rivoluzione diventa la NCO – “Nuova Cucina Organizzata”, progetto che promuove i prodotti locali e quelli provenienti dai terreni confiscati alla criminalità e crea occupazione per le persone svantaggiate, diventando un vero e proprio luogo di rinnovamento sociale. Le storie raccontate, pur nella loro atroce realtà, lasciano allo spettatore un moto d’orgoglio e di speranza, spiegando come la conquista della legalità debba compiersi quotidianamente. La parola legalità, mai utilizzata nel racconto se non nella chiusa finale, è comunque ciò che funge da legante di tutta l’opera, diventando il fine primo a cui si deve aspirare.

Il testo scritto e la rappresentazione sono scattanti e semplici, con qualche intercalare dialettale per coadiuvare la realtà dei fatti, e arrivano in modo diretto allo spettatore che alterna applausi incoraggianti a silenzi rabbiosi. Oltre a porre l’accento sul recupero dei giovani, tutta la pièce esprime un messaggio più sottile e profondo, ovvero il rilievo della cultura. Libri, teatro, arte e cinema devono assolvere alla loro primaria funzione di sensibilizzazione ed informazione. La promozione della cultura deve diventare uno dei tasselli principali per la creazione di un pensiero critico sociale e spettacoli come quello proposto da Emanuela Giordano diventano fondamentali. Attenzione particolare merita anche la Fondazione TPE che propone ogni anni opere teatrali vicine alla comunità ad un basso costo, dando a tutti la possibilità di assistere ai propri spettacoli.

Se durante il racconto la regista scrive e si rivolge alla politica, definendola un affare sociale e non privato, è importante citarla anche in questo caso, invitandola a credere, favorire ed investire in cultura e formazione, che devono essere i due settori principali per lo sviluppo sociale ed economico, a maggior ragione in un paese come l’Italia ricco di bellezze e di arte. Lo spettacolo è così un duplice appello a famiglie, cittadini e Stato, collaboratori nella creazione di menti libere, aperte e critiche; se troppo spesso si abusa della frase «di sola cultura non si mangia », Emanuela Giordano, attori e musicisti di Dieci storie proprio così aiutano a capire che di cultura si mangia eccome, si cresce e si migliora se diventa un vero e proprio bene comune. Spettacolo dedicato, nel ventennale delle stragi di Capaci e Via D’Amelio, a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Eroi.

Alessia Telesca

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