La doppia morale della Peta: lotta con i vegani, poi uccide animali

La Peta in piazza per il World Vegan Day. Ma le ombre sugli animali uccisi nella sede di Norfolk avvolgono ancora l'associazione: sono 30 mila in 14 anni

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Attivisti Peta in piazza a Londra per il World Vegan Day (Twitter @PetaUK)

La doppia morale della Peta. Una vicenda spinosa quella della People for the Ethical Treatment of Animals, organizzazione no-profit a sostegno dei diritti animali. L’associazione nata per la lotta all’allevamento intensivo, alla vivisezione e sperimentazione animale, all’allevamento di animali da pelliccia e all’uso di animali nell’industria del divertimento, ha da tempo spostato la propria potenza di fuoco mediatico sul fronte vegano e vegetariano. Un argomento alimentare molto in voga negli ultimi anni e che trova ampi consensi e praticanti a livello mondiale, di cui si è parlato ulteriormente ieri in occasione del World Vegan Day. Ma le ombre sulla Peta non si sono mai dissolte per quanto riguarda l’accusa più atroce rivolta all’associazione animalista: l’uccisione ogni anno di circa 1500 tra cani e gatti raccolti dai propri operatori.

In occasione del World Vegan Day, la Peta ha manifestato in diverse piazze del mondo. Grande risonanza ha avuto l’evento in pieno centro di Londra a Trafalgar Square: gli attivisti dell’associazione americana – circa un centinaio – hanno manifestato sfidando il freddo, mostrandosi seminudi solo con intimo color carne e completamente ricoperti di sangue finto, per protestare contro il massacro animale a fini commerciali e alimentari ed incitare alla scelta vegana. Se la questione degli allevamenti intensivi e dei metodi di macellazione degli animali è oggetto di discussione spinosa da tempo, vero è anche che la Peta è da diversi anni nell’occhio del ciclone per alcuni dati terrificanti sulla morte ogni anno di migliaia di cani e gatti che vengono affidati alle cure del centro di ricovero Peta di Norfolk, in Virginia.

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Il quartier generale Peta a Norfolk (nathanwinograd.com)

L’INCHIESTA DEL 2013 - Una inchiesta pubblicata nel febbraio 2013 dall’Huffington Post americano accese i riflettori sui dati terrificanti in merito agli animali accolti dalla Peta nel proprio quartier generale. Incrociando i dati di diversi siti che avevano già lanciato l’allarme, l’avvocato Nathan J. Winograd, direttore del No Kill Advocacy center, aveva rivelato la inquietante verità, supportata dai dati degli ispettori del Dipartimento di Agricoltura e Servizio Consumatori della Virginia. Gli animali, in gran parte cani e gatti, raccolti dagli addetti della Peta, non restano quasi mai più di 24 ore all’interno del rifugio per animali di Norfolk. Perché ogni anno, un numero variabile tra il 72 e il 97% degli animali raccolti viene ucciso dal personale addetto. In quella che la Peta riferisce essere “eutanasia” per animali in gravissime condizioni.

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I dati sugli animali soppressi dalla Peta nella propria struttura (petauccideanimali.it)

ADOZIONE? NON PREVISTA - I dati scioccanti sono supportati dalla documentazione del Dipartimento di Agricoltura e Servizio Consumatori della Virginia, che è possibile leggere qui integralmente. Durante l’ispezione del 2010, il Dipartimento dichiarò che la struttura della Peta incompatibile con il numero di animali che l’associazione dichiarava annualmente transitare nel proprio quartier generale. Inoltre gli alloggi per cani e gatti raccolti dal personale Peta sono inaccessibili al pubblico, né l’organizzazione attua politiche per favorire l’adozione dei propri animali. Mentre si ricordano bene le note campagne choc mediatiche ad esempio contro le pellicce, con diverse testimonial vip che si mettono periodicamente a nudo per la Peta.

La Peta in Virginia non opera politiche di adozione perché non fa parte dei propri scopi. Secondo quanto scoperto dall’ispezione del 2010, il 90% dei fascicoli relativi a cani e gatti “ospitati” dalla Peta in quei mesi, ne sanciva la morte nel giro delle successive 24 ore. Una sfilza di eutanasie, che l’associazione ha sempre spiegato e giustificato come atti caritatevoli nei confronti di animali in fin di vita o scelte obbligate nei confronti di animali aggressivi. Ma i numeri inquietanti, e le foto di gabbie con gatti affiancati prossimi alla morte dopo l’eutanasia ed un cartello feral cats (gatti aggressivi) ad etichettarne il destino, sono un pugno allo stomaco terribile. A cui la Peta finora a ha risposto a colpi di denunce in tribunale.

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Gatti in fin di vita in un ricovero Peta in Florida (huffinghtonpost.com – Nathan Winograd)

Alla richiesta di spiegazioni successiva al clamore del 2010, la Peta rispose con una lunga dichiarazione ad una lettera aperta di chiarimenti, i cui passaggi principali sono qui sintetizzati, ma l’intera risposta è disponibile qui:

Molti animali che la PETA US raccoglie, sono animali che hanno perso la loro “famiglia” di origine ma che sono felicissimi di tornarci quando riusciamo a trovarla o comunque, di essere adottati da altra famiglia. [...] Molti degli animali che la PETA US riceve ed accoglie si trovano in condizioni talmente gravi per i quali l’eutanasia è, senza dubbio, l’opzione più umana [...] Naturalmente, il modo migliore per salvare la vita degli animali senza casa (randagi) è quello di ridurre il loro numero attraverso programmi di sterilizzazione che la PETA US effettua con una clinica mobile (castrazione ed asportazione delle ovaie subito, sul luogo) clinica mobile che porta a costi bassi le operazioni e permettendo la semplificazione di tutte le procedure, in particolare nei quartieri a basso reddito statunitense.

‘UCCIDIAMO ANIMALI AGGRESSIVI O INADOTTABILI” - Nel marzo 2013, però, un portavoce della Peta fu un po’ meno chiaro davanti a un giornalista del Daily Mail. «Abbiamo una piccola divisione che lavora a contatto diretto con gli animali, e molti di quelli che prendiamo in carico sono stati rifiutati da tutti: aggressivi, in fin di vita o inadottabili». Il che, soprattutto nella parola “inadottabili”, traccia un confine sottile quanto inquietante tra l’eutanasia e l’uccidere.

OPPOSITORI DUBBI? WINOGRAD E’ VEGANO… - La maggior parte degli attacchi alla Peta Arriva dal portale multilingue Peta uccide gli animali – Peta Kills Animals, che si definisce un progetto del Center for Consumer Freedom (CCF), una organizzazione non-profit che si occupa di proteggere l’ampia gamma di scelte di cui godono i consumatori americani. Oltre che contro i perfidi animalisti, lottiamo contro la “polizia del cibo’, gli allarmisti dell’ambiente, i neo-proibizionisti, i burocrati che si immischiano, e gli altri santi autoproclamati che pretendono di sapere che cos’è che fa bene alla gente. La Peta ha bollato la CCf come un’associazione che ha il solo compito di danneggiare la Peta e mistificarne i dati delle eutanasie, al solo fine di favorire la lobby dei produttori di carne. Ma Nathan J. Winograd del No Kill Advocacy center, autore dello scioccante articolo-inchiesta sulle morti di cani e gatti nelle strutture della Peta, è un fervente vegano e sostenitore del portale All American Vegan. E con quasi 30 mila animali uccisi o sottoposti a eutanasia nelle stanze della Peta, l’unica fame di Nathan, e dei detrattori dell’associazione animalista è quella di verità.

Francesco Guarino
@fraguarino

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