La cyberguerra statunitense contro i terroristi di al Qaeda

cyberguerra statunitenseDopo la terra, il mare e lo spazio atmosferico, quella cibernetica è la nuova dimensione della guerra. I conflitti del terzo millennio si portano avanti virtualmente, attraverso comandi a distanza, ma le conseguenze sono comunque catastrofiche. Si combatte a colpi di virus, di cyberattacchi indirizzati ai sistemi informatici dei Paesi nemici e finalizzati al furto di banche dati istituzionali, si comandano droni a distanza per eliminare le minacce estere. Ma non è necessario guardare al futuro, gli Stati hanno già schierato le armi per la cyberguerra e il primo bilancio è disastroso. Oltre tremila persone in Pakistan, Afghanistan, Somalia e Yemen hanno perso la vita sotto il fuoco dei droni. In questi giorni, è la cyberguerra statunitense a essere la più discussa. Protagonisti delle polemiche sono infatti i cyberattacchi che hanno portato all’esecuzione degli esponenti di al Qaeda in Yemen e all’omicidio di cittadini americani all’estero, considerati terroristi.

A innescare la recente polemica negli Usa è uno scoop della Nbc che ha reso pubblico il contenuto di alcune carte segrete del dipartimento di Giustizia, carte in cui vengono definiti i principi legali in base ai quali il governo Usa può ordinare l’uccisione di suoi cittadini all’estero, qualora vengano ritenuti “alti dirigenti operativi” di al Qaeda o di una sua “forza affiliata”. Dunque, se lo ritenesse opportuno, il presidente sarebbe in grado di autorizzare un cyberattacco senza il supporto del Congresso e di aprire il fuoco contro i bersagli considerati nemici della bandiera a stelle e strisce. Barack Obama avrebbe così dei poteri speciali che gli permettono di intraprendere azioni militari in modo preventivo quando è in possesso di semplici prove di una offensiva estera.

Ed è quello che si è verificato in Yemen diverse volte: tecnologie militari comandate a distanza hanno fatto fuoco sugli esponenti di al Qaeda e sugli americani ritenuti terroristi. Si tratta di una strategia di cyberguerra che va avanti da tempo, presumibilmente da oltre due anni. A testimoniarlo, la recente scoperta di strutture militari statunitensi in Arabia Saudita, risalenti al 2010. Ad aver svelato le basi di droni – fino a ora segrete – sono state niente di meno che le nuove immagini satellitari di Bing Maps. Nato circa due anni fa, il complesso bellico è tuttora invisibile agli occhi di Google Maps che, evidentemente, non aggiorna le immagini da più di due anni. Questi edifici, finora sconosciuti, sono serviti a nascondere i droni americani e a indirizzare numerosi attacchi verso il  confinante Yemen per distruggere i nemici della bandiera statunitense, primi fra tutti gli appartenenti al movimento terroristico e paramilitare di al Qaeda.

Basi di droni in Arabia Saudita. Fonte: AdnKronos

Non si tratta della prima base militare e, se le politiche del Pentagono proseguono in questa direzione, non sarà nemmeno l’ultima. Oltre a quella in Arabia Saudita, altre basi statunitensi sono state localizzate a Camp Lemonier e, ancora, negli Emirati Arabi Uniti, in Qatar e in Kuwait, anche se con compiti di sorveglianza sul Golfo Persico. In Afghanistan, i droni vengono usati dagli aeroporti di Bagram, Jalalabad e Kandahar per le incursioni nelle aree tribali pakistane e le ricognizioni sull’Iran. In Europa meridionale, i droni Usa hanno una base a Sigonella, in Sicilia, da dove sono state condotte le operazioni sulla Libia durante la guerra contro Gheddafi. E poi esistono strutture militari nelle Isole Seychelles, in Uganda, nel Burkina Faso, in Marocco, nel Sud Sudan e al confine col Mali. Insomma, sembra che negli ultimi anni Washington abbia voluto ampliare in modo esponenziale le basi di droni da comandare a distanza.

Dopo il polverone originato dal servizio della Nbc che ha rivelato il contenuto delle carte segrete del dipartimento di Giustizia, l’amministrazione Obama ha scelto di  rendere noti al Congresso i principi legali e confidenziali che autorizzano l’uso di droni per uccidere i membri di al Qaeda e i terroristi americani all’estero. Una pratica che le associazioni per i diritti civili definiscono una “esecuzione sommaria”. La linea della trasparenza con il Congresso è stata decisa proprio a cavallo con l’audizione del leader della Cia John Brennan, per la sua conferma di nomina a direttore.

Obama, nonostante le numerose pressioni, si era sempre rifiutato di condividere quei documenti con il parlamento americano. Ma John Brennan è considerato il massimo teorico della strategia delle esecuzioni mirate attraverso i droni e, forse, non è un caso che le rivelazioni siano arrivate proprio nei giorni della sua nomina. Inoltre, Brennan, è stato uno dei maggiori sostenitori del piano di omicidi mirati con i droni in Pakistan, Yemen e Somalia ed è sicuramente tra i consiglieri per il controterrorismo più ascoltati da Obama visto che è stato scelto come capo della Central Intelligence Agency, in cui ha trascorso più di 25 anni.

Durante l’audizione, alcuni gruppi di attivisti per i diritti umani e le libertà civili hanno interrotto il colloquio e criticato aspramente i metodi attraverso cui vengono rintracciati i sospett terroristi. Brennan, da parte sua, ha difeso gli attacchi missilistici senza pilota – portati a termine con i droni Predator o Reaper – e gli ha definiti «una forma più umana della guerra», ma ha riconosciuto diversi «casi in cui, purtroppo e nonostante i nostri sforzi, i civili sono stati uccisi».

Chiara Piselli

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