L’uomo nero: autoritratto di un regista che si guarda allo specchio

Dopo l’uscita non felice di “Colpo d’occhio”, Rubini ritorna nella sua terra natìa e, attraverso il flashback innescato dai ricordi di Gabrielle Rossetti (Fabrizio Gifuni), ci racconta una storia che poi è sempre la stessa tiritera di intrecci familiari a lieto fine

di Marta Di Nuccio

6949Siamo nell’Italia degli anni 60, quella del ge ghe ge e della Democrazia Cristiana. Ernesto è un capostazione frustrato che trascorre la vita a guardare treni passargli davanti, senza mai vedere arrivare il proprio. È convinto che suo padre gli abbia impedito una carriera artistica che vuole a tutti i costi riprendere, facendo diventare l’”Autoritratto con bombetta” di Cezanne il centro della sua ossessione. Per compiacere una donna-oggetto del desiderio, interpretata dalla nordica Anna Falchi, decide di organizzare una mostra personale che avrà come “tela di punta” proprio una copia dell’opera del celebre artista francese. Da qui scaturiranno una serie di imprevisti che metteranno in gioco personaggi improbabili che dovrebbero ritmare una storia che però resta ancorata ad una ridondanza di fondo. Oltre alla solita folla di volti rurali, strappati ai campi bruciati dal sole del meridione, ci sono i personaggi dell’avvocato e del professore-critico d’arte che ricordano più la coppia collodiana del gatto e la volpe che due figure capaci di essere credibili.

La famiglia Rossetti, sempre a un passo indietro alle “eminenze” del paese, è formata da Ernesto, padre di Gabriele (Guido Giaquinta), un bambino che dovrebbe incarnare lo stupore ma più che altro sembra affetto da gravi turbe, Pinuccio (Riccardo Scamarcio), zio amatissimo e inguaribile sciupafemmine, costretto a porre fine alla sua “carriera” con un matrimonio riparatore, e da Franca (una Valeria Golino intensa e seducente), madre e moglie appassionata che, come conviene ad una signora del sud, resta a fianco del marito sempre e comunque, anche quando lui strizza l’occhio alle altre donne.

A questa sfilata di stereotipi sociali, si aggiunge la processione del paese, ormai un topos del regista pugliese, durante la quale, come ne “La terra”, avviene l’irreparabile. Infatti, se nel film del 2006 si consumava un omicidio,qui si verifica il fallimento di Ernesto in quanto artista e di  Pinuccio in quanto scapolo incallito e felice.

Testimone del teatrino che gli adulti mettono in scena è il piccolo Gabriele, che assiste attonito, ora sotto un tavolo, ora dietro una porta, ripetendo ossessivamente di non voler diventare come il padre, perché questa è anche una storia di rottura con la figura paterna. Ma anche lui è una copia di un soggetto già visto. A onor del vero, non ci si può esimere (e non senza un certo imbarazzo), dal riscontrare un’eccessiva somiglianza con il Peppino di “Baaria”, sia per la fisionomia, sia per i costumi, sia per alcune inquadrature (nelle strade del paese) palesemente simili a quelle presenti nell’ultimo film del regista siciliano. Altra “scopiazzatura” che salta agli occhi è come è stato affrontato il tema del ritorno, quello di chi rimette piede nel paese natale da eroe. Come non ricordare il Salvatore di “Nuovo cinema paradiso”che torna da regista affermato a Giancaldo per il funerale di Alfredo e si stupisce nel sentirsi dare del lei dagli anziani del paese che lo hanno visto crescere e non pensare ad  Ernesto, divenuto uomo d’affari in Svizzera, che quando arriva a San Vito in occasione della morte del padre, si sente addirittura dire “ti abbiamo visto in tv”?

Sergio Rubini

Se l’intenzione di Rubini, che proprio domani compie cinquant’anni, era quella di allietarci con l’ennesimo ritratto di un’Italietta cara ai ricordi della sua infanzia, ci dispiace dovergli dire che ha fallito, proprio come i personaggi dei suoi film che ricercano nella ripetizione lo stile per raggiungere la perfezione. Adesso che conosciamo mezzo secolo di ricordi di una famiglia pugliese, vorremmo che ci raccontasse una nuova storia, magari cambiando il soggetto e risparmiandoci quelle “femmes” (Paola Barale in “Colpo D’occhio” e qui Anna Falchi), che sono fatali solo alla riuscita del film, perchè sottraggono quell’elemento di autenticità che è uno degli ultimi che ci persuade ad entrare ancora in sala.



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Una risposta a L’uomo nero: autoritratto di un regista che si guarda allo specchio

  1. avatar
    Marilena 28/12/2009 a 03:39

    Ma quale scopiazzamento! Questo film è bellissimo e intensissimo.
    Forse ne parla così perchè non è riuscita a coglierne l’essenza…
    Per pochi eletti.

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