L’isola e le rose. Il sogno e l’utopia del ’68 raccontati da Walter Veltroni

L'isola e le rose di Water Veltroni - la copertina

Rimini, estate, giorno d’oggi. Il ventenne Giovanni, bellimbusto della riviera romagnola appassionato di immersione, ritrova durante un’uscita in mare al largo della costa una borsa frigorifera d’antan. All’interno un giradischi, alcuni vinili 45 giri, qualche disegno, un libro di Garcìa Marquez, una cartella di documenti, strani francobolli e un’ancor più insolita bandierina  con la misteriosa dicitura «Insulo de la Rozoj». Proprio la scritta, in esperanto, conduce il ragazzo da Daniela, giovane anima della sede locale della Federazione Esperantista italiana, e Daniela è tramite a sua volta per l’incontro con Andrea – il bizzarro nonno di lei – vecchio abbastanza per conoscere la storia cui quei cimeli riemersi dai fondali riportano la mente: l’Isola delle Rose.

Rimini, estate, 1967. Giulio, Alfonso, Giacomo e Lorenzo sono la versione hippie dei vitelloni di Federico Fellini e nella città del maestro inseguono un loro sogno. L’idea è stata di Giulio – il manager del gruppo –  mentre Giacomo, avvocato, segue l’aspetto legale; Lorenzo – figlio del ragionier Guerrieri, proprietario del Grand Hotel – deve convincere il padre (e ci riesce) a finanziare il progetto, Alfonso è un perfetto tuttofare. Obiettivo: costruire in acque extraterritoriali, davanti Rimini, una piattaforma che diventi luogo d’accoglienza per giovani artisti, un’oasi dove il bello sia l’unico imperativo e la cultura il collante di base. Alla corsa verso il sogno partecipano, entusiasti, anche l’amico Simone – geniale giovane architetto malato di agorafobia -, la sua assistente Elisa e Scatta, il fotografo ufficiale, il più giovane della banda.

Inizia così l’avventura dell’Isola delle Rose, nuova Utopia del mare Adriatico, capace in pochi mesi di infiammare gli animi dei suoi creatori, scatenare gli interessi economici di investitori internazionali, incuriosire i creativi desiderosi di soggiornarvi (persino un sedicenne Vasco Rossi…), insospettire le autorità (dai servizi segreti a potenze economiche come l’Eni), muovere lo scacchiere politico, riempire le pagine dei giornali. Quale destino per questo luogo così fuori dagli schemi che ad un certo punto diventerà addirittura Stato sovrano con una propria Costituzione e propri francobolli? Quali le sue ripercussioni sulle vite dei ragazzi che l’hanno creata?

Il nuovo libro di Walter Veltroni, «Il romanzo di un’incredibile storia vera» come si legge in copertina a guisa di sottotitolo, si basa sulla reale vicenda dell’ingegner Giorgio Rosa, “padre” della vera Isola delle Rose, ed è una narrazione romantica di molti aspetti del nostro Paese. Prima di tutto gli slanci idealistici della gioventù e di una in particolare, quella che era tale tra 1967 e 1968, una stagione destinata a passare alla storia e su cui si è costruita la più radicata delle mitologie. Di quel clima l’autore restituisce tutti i più classici clichè, dalla sua dirompente forza rivoluzionaria a quello che è stato, in fondo, il suo fallimento. Poi la tipicità di un luogo, Rimini, che ha pochi paragoni e nel cui immaginario due sono gli aspetti dominanti: la fotografia che ne fece uno dei suoi figli più illustri, Federico Fellini, e la peculiare vocazione turistica all’accoglienza, basata su un’idea di libertà e divertimento che l’hanno resa nel tempo la più grande discoteca a cielo aperto d’Italia. Infine i conflitti e i giochi di potere della politica, capaci di stravolgere la realtà dei fatti, manipolare gli eventi e le persone, tarpare le ali dell’innovazione e delle rivoluzione partite dal basso in nome della salvaguardia degli interessi e dei privilegi dei pochi che tengono le redini.

Un ritaglio di giornale sulla "vera" Isola delle Rose

Di questa prova letteraria veltroniana, salutata con forse eccessivo entusiasmo da certa critica, sarebbe troppo facile trovare i punti deboli – perché certo non ci si trova davanti al capolavoro narrativo degli anni Dieci del XXI secolo – per questo ciò che si dovrebbe valutare in prima istanza è proprio il fatto che L’Isola e le rose non abbia velleità di questo tipo, non porti cioè in sé l’ambizione di esserlo, quel capolavoro. La vicenda è di quelle capaci di catturare l’attenzione e suscitare la curiosità di un pubblico medio, certo non d’élite (si parla di amicizia, amore, legami famigliari con una generosa dose di buonismo e sentimentalismo); lo stile è semplice e senza cerebralismi benché infarcito da tutta una serie di citazioni e allusioni più o meno colte (da quelle cinefile tanto amate da Veltroni a quelle più squisitamente nazional-popolari); la lettura è scorrevole, fluida, “d’intrattenimento” si potrebbe dire, facile da riprendere anche se la sera prima qualche pagina è scorsa sotto gli occhi già assonnati.

Un libro «Ma sì» (definizione questa che chi scrive prende in prestito da non ci si ricorda quale recensione cinematografica), di quelli che non cambiano la vita, ma sono in grado di renderla – per qualche ora – più leggera e spensierata. Se il suo autore avesse un altro nome, magari sconosciuto (non solo in campo narrativo), se fosse magari giovane e agli esordi (opera prima, volendo strafare), non ci sarebbero ostacoli nell’affermare che si tratta di un buon romanzo, nella sua semplicità, spia di un talento da coltivare e tenere d’occhio. Portando la firma di Walter Veltroni è fin troppo facile che plausi o delazioni possano entrambi essere il risultato di manipolazioni e preconcetti: nel primo caso non si avrebbe mai il coraggio di dire che l’opera è mediocre (se non brutta), nel secondo di ammettere che in fondo – visto che non si ha sempre voglia di leggere Joyce o Dostoevskji – può essere un buon compagno da comodino per lo spazio di qualche sera.

Resta poi il merito di aver portato alla conoscenza di molti la storia della vera Isola delle Rose e della sua breve ma gloriosa avventura.

Walter Veltroni. L’Isola e le rose. Milano, Rizzoli, 2012. € 17,50

Laura Dabbene 

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