L’Iran responsabile degli attacchi dell’11 settembre?

Roma – A maggio dello scorso anno è passata del tutto in sordina la notizia che i legali di alcune famiglie delle vittime degli attentati che l’11 settembre 2001 hanno colpito gli Stati Uniti hanno depositato presso il Tribunale di Manhattan una documentazione contenente prove della colpevolezza di Iran ed Hezbollah.

Secondo questi documenti alcuni alti funzionari iraniani erano a conoscenza del complotto contro gli Usa, contribuendo alla formazione dei terroristi e fornendo parte del know how necessario a orchestrare gli attentati, agendo di concerto con Hezbollah – il libanese “partito di Dio” – e Al Qaeda, per destabilizzare gli Stati Uniti, il comune nemico.

Per avallare la tesi della – quasi assurda – “triplice alleanza” Iran-Hezbollah-Al Qaeda gli avvocati si sono basati sulle testimonianze di due ex agenti segreti iraniani che hanno dichiarato di avere accesso a informazioni relative alle attività terroristiche sovvenzionate dall’Iran.

Sempre secondo i legali, già dagli anni Novanta ci sarebbe una collaborazione tra Al Qaeda ed Hezbollah, alleanza che avrebbe portato l’Iran a cooperare per gli attentati e a fornire una via di fuga ai terroristi afghani dopo l’invasione statunitense.

Questa notizia è nulla in confronto all’ultima novità relativa a questa vicenda: il tribunale di Manhattan, infatti, ha emesso una sentenza che condanna in contumacia l’Iran ed Hezbollah, dichiarando entrambi parzialmente responsabili degli attentati dell’11 settembre e condannandoli a risarcire le vittime.

A quanto pare da Teheran non sono arrivate reazioni di sorta, anche se probabilmente questo è imputabile al fatto che al momento Iran e Stati uniti sono impegnati in un braccio di ferro che non lascia presagire nulla di buono. Per nessuno.

Di fatto, però, il provvedimento preso dal tribunale di Manhattan può essere interpretato – e così è stato in effetti – come l’ennesimo pretesto costruito ad hoc per legittimare un’azione militare contro l’Iran e per isolare ancora di più il Paese sotto il profilo internazionale.

Secondo Ismail Salami – scrittore e analista iraniano di fama internazionale – è in preparazione da mesi un attacco statunitense ai danni dell’Iran e convincerlo di questo sono una serie di elementi indiscutibilmente preoccupanti.

In primo luogo sarebbero aumentate le attività di spionaggio e infiltrazione in Iran – ricordiamo che i sevizi segreti giocano uno ruolo essenziale in queste guerre silenziose e che la Cia e il Mossad sembrano essere coinvolti in non pochi “incidenti” di vario tipo – a questo incremento si aggiungono non poche dichiarazioni rilasciate da diversi personaggi, dichiarazioni che porterebbero a ventilare l’ipotesi di un attacco:

Tra tutte meritano attenzione le parole di Leon Panetta, segretario alla Difesa Usa: «No options were off the table in stopping Iran develop a nuclear weapon». Cosa vuol dire? Che nessuna opzione è stata esclusa a priori per impedire all’Iran di sviluppare un’arma nucleare.

A questo si aggiungono le dichiarazioni del generale Martin Dempsey, a capo dell’Us Joint Chiefs of Staff, a proposito del ruolo di Israele e del Mossad nel reperire informazioni sull’Iran e di un eventuale intervento israeliano: «There are no guarantees the Israelis would inform the US before launching an attack». Israele, in pratica, potrebbe agire di punto in bianco senza nemmeno allertare il governo di Washington che a quel punto dovrebbe decidere in pochissimo tempo se saltare il muro oppure no.

Complotto o no, è ormai evidente che la tensione tra Iran e Stati Uniti sta raggiungendo livelli preoccupanti, tanto che le soluzioni sembrano sostanzialmente tre: la via diplomatica, che però sembra naturalmente impercorribile; uno scontro bellico tra le due potenze, che però sarebbe disastroso su scala mondiale; l’opzione fantapolitica, cioè un colpo di mano orchestrato congiuntamente da Cia e Mossad per destabilizzare il regime iraniano, eliminando così parte delle tensioni nell’area.

Resta da capire chi la spunterà, come si evolverà la storia e chi sarà il nuovo fattore temporaneamente stabilizzante della regione.

Francesca Penza

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