L’idea di de Magistris: quartieri a luci rosse a Napoli. Scoppia la polemica

Napoli – Un red light districit stile Amsterdam. Sembra pura fantasia, invece si tratta di una proposta concreta lanciata, qualche giorno fa, dal sindaco di Napoli Luigi de Magistris.

Il sindaco di Napoli Luigi de Magistris

Creare una zona sicura dove la prostituzione possa essere esercitata sotto il controllo sanitario e, soprattutto, delle forze dell’ordine. Perché, ricorda il primo cittadino della città partenopea, «la prostituzione in Italia non è reato, ma lo è il suo sfruttamento».

Quello che de Magistris vuole attuare a Napoli è il cosiddetto zooning, già attivo in alcuni Paesi europei, cioè aree di prostituzione legalizzata.

Come afferma lo stesso sindaco: «Una zona cuscinetto, perché quello che serve è controllare e prevenire e così si arginano anche i mercanti di carne umana».

Naturalmente non si sono fatte attendere le reazioni da chi reputa l’idea fin troppo trasgressiva e immorale. Come l’arcivescovo di Napoli, Crescenzio Sepe, secondo il quale la proposta di de Magistris rappresenta «un tema a effetto lanciato per occupare spazi nei giornali e nelle televisioni in assenza di idee e proposte concrete rispetto ad argomenti seri e di interesse generale».

La controproposta del rappresentante della Curia napoletana consiste nella creazione di «case dove si possa ridare dignità e riabilitare» le ragazze che si prostituiscono. «E’ questa la strada – prosegue il cardinale Sepe – per combattere anche la criminalità ed è questa la strada sulla quale da sempre opera la Chiesa».

Di parere completamente opposto, invece, i Verdi campani che considerano la creazione di un quartiere a luci rosse a Napoli «un atto e una battaglia di civiltà e modernità».

«Un modo per incassare contributi da chi esercita questa professione- dichiara il commissario regionale dei Verdi Francesco Emilio Borrelli – per colpire frontalmente la criminalità che gestisce quasi totalmente questo. Inoltre in questo modo chi si prostituisce sarà più protetto, regolamentato e controllato meglio a livello sanitario».

Un’idea simile l’aveva avuta anche il sindaco di Ravenna, Fabrizio Matteucci, anche se in quel caso, più che di un “red light district”, si pensava alla costituzione di “aree dedicate”, lontane dal centro urbano.

Non bisogna poi dimenticarsi delle 23 iniziative legislative, avanzate dalle diverse forze politiche in Parlamento, per regolamentare la prostituzione. Tra queste, ci sono le proposte della Lega Nord per consentire l’esercizio della prostituzione nelle città con più di 30mila abitanti in luoghi specifici, come zone industriali dismesse, che siano distanti da scuole, ospedali e parchi pubblici; e l’obbligo per l’operatrice del sesso di richiedere il pagamento anticipato della prestazione e di mostrare al cliente il certificato medico che ne attesta lo stato di salute.

Fatto sta che la questione sulla “legalizzazione” della prostituzione (anche se, ricordiamolo, in Italia non è illegale), come quello sulla droga, porta in auge la famosa diatriba tra conservatori e sperimentalisti. In questo caso rendere concerta un’idea del genere può giovare al nostro Paese?

Quartiere a luci rosse ad Amsterdam

Una cosa è certa. La famosa legge Merlin è stato l’ennesimo esempio di bigottismo made in Italy applicato nel peggiore dei modi. L’intento della senatrice socialista era quella di abolire le case chiuse di combattere lo sfruttamento del gentil sesso , perché reputava quest’attività un danno alla dignità delle donne. Il paradosso: la prostituzione resta legale, ma non esistono più norme per regolamentarla.

Se si facesse un confronto tra la situazione attuale e quella precedente alla legge Merlin, è legittimo avere dei dubbi sull’utilità della medesima.

Oggi le prostitute, soprattutto quelle straniere, si trovano in una situazione di grave debolezza e precarietà, e questo non solo per l’aspetto della tratta schiavistica, ma anche e soprattutto per quello legislativo e dei diritti. Non essendoci più un controllo da parte dello Stato, questo settore è prerogativa esclusiva della criminalità organizzata, con tutte le conseguenze negative che comporta.

È aumentata la prostituzione in strada (tra 19.000 e 24.000 il numero di persone che si prostituiscono in strada) questo perché si è meno individuabili e si ha più facilità negli spostamenti, soprattutto nel caso di ragazze non italiane che si trovano in condizioni irregolari di soggiorno. È cresciuto lo sfruttamento sessuale di minorenni straniere (soltanto in Italia sono tra le 1.600 e le 2.000, anche per quanto riguarda le donne e le ragazze ridotte in schiavitù e costrette a prostituirsi).

Per non parlare dell’effetto poco gradevole dal punto di vista estetico-urbano. Se si aggiunge che in passato le case di tolleranza rappresentavano un’entrata per lo Stato (si stima che attualmente il giro di affari in questo settore è di circa 19-25 miliardi di euro) e che c’era l’obbligo per le meretrici di sottoporsi a periodici controlli sanitari, ci si rende conto che oggi qualcosa non quadra.

Coloro che sono contrari a una regolamentazione della prostituzione, la maggior parte delle volte danno motivazioni impregnate di moralismo e pseudo perbenismo.

Probabilmente non aveva tutti torti Maria Teresa d’Asburgo quando disse: «Per abolire la prostituzione bisognerebbe abolire gli uomini».

Giorgio Vischetti

foto|| canale8.it;  repubblica.it; orticalab.it

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