Keith Haring, il murale di Milwaukee in mostra alla Reggia di Caserta

Caserta – «Un muro è fatto per essere disegnato, un sabato sera per far baldoria e la vita è fatta per essere celebrata», così diceva Keith Haring, padre dei graffitari di tutto il mondo. Lui che di muri ne ha dipinti tanti, ma ben pochi hanno conservato i suoi colori, lui che la vita l’ha celebrata ma per un tratto brevissimo di strada. Il 16 febbraio del 1990, a 31 anni, l’artista newyorchese moriva stroncato dall’Aids.

Il suo nome era già entrato tra i grandi. Amato e discusso allo stesso modo, considerato da molti un genio dell’arte per l’efficace immediatezza dei suoi lavori da altri un bluff degli anni ’80. La realtà è che il suo segno ha costruito un pezzo di storia nell’arte di questi tempi.

L’artista amava ripetere che «l’arte vive attraverso l’immaginazione delle persone che la guardano. Senza questo contatto, l’arte non esiste». L’opera esposta a Caserta – nello splendido Salone dei Porti del palazzo borbonico e fino al 4 novembre – è una delle più significative tra le opere pubbliche di Keith Haring: costituita da 24 pannelli in legno realizzati nell’aprile del 1983 dall’artista, invitato dall’Università Marquette di Milwaukee a creare un gigantesco murale sul luogo in cui sarebbe sorto il nuovo museo Haggerty.

L’opera americana è stata, per l’occasione, affiancata e messa in rapporto a quella napoletana Senza Titolo, sempre del 1983 – un acrilico su tela lungo circa sei metri per tre di altezza – realizzata da Haring su invito del gallerista amico Lucio Amelio per la collezione “Terrae  Motus”, trasferita da una delle sale degli appartamenti storici della Reggia dove è di solito allestita. In entrambe le opere si ritrovano tutte le icone della creatività firmata Keith Haring, che ne hanno decretato il grande successo di pubblico e la sua cifra stilistica immediatamente riconoscibile. L’iniziativa è promossa dalla Soprintendenza delle province di Caserta e Benevento.

Il murale è un esempio illuminante del primo periodo dell’evoluzione artistica di Haring, quando il suo stile rispecchiava tutta la freschezza dei disegni della metropolitana di New York e la vitalità della metropoli. L’iconografia è un campionario completo del vocabolario d’immagini dell’artista che meglio celebrano la vita. Entrambe le pareti sono dipinte. Sulla prima è raffigurata una sequenza ininterrotta di bambini a quattro zampe, in alto. L’altra è più complessa e presenta una maggiore varietà di immagini. Il tema dominante sono le figure danzanti ispirate ai ballerini di breakdance.

A queste si affiancano altre icone della sua arte: il televisore con le ali, il cane, l’uomo con la testa di serpente. Il centro del murale è occupato da un ballerino che al posto della testa ha un televisore con il numero 83 disegnato sul monitor. Questo lato termina a destra con un’altra delle immagini simbolo di Haring: la faccia con tre occhi che fa la linguaccia. Haring riteneva che bambini e cani fossero tra le immagini più amate e riconoscibili; per questo, all’ inizio della sua carriera, scelse queste figure proprio come firma, per rendere la sua arte facilmente identificabile in mezzo a quella di altri che, come lui, avevano scelto la strada come luogo in cui liberare la creatività.

Il percorso espositivo è arricchito da fotografie e da un video che documentano le fasi della realizzazione e dai disegni fatti da Haring per l’occasione.

Natalia Radicchio

Foto via www.ilgiornaledellarte.com

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