JustEat e Misiedo, le app per “apparecchiare” la tavola

JustEat e Misiedo, le nuove app per il food business e per esportare la ristorazione italiana. Cibo e comunicazione rimangono un binomio inscindibile

Ci avevano detto che la parola app fosse la riduzione linguistica di applicazione, e invece no: da settimane app sta anche per apparecchiare la tavola, mettersi comodi a mangiare, nel fast del poco tempo che hai per preparare il cibo.

MISIEDO E JUST EAT - L’ultima che campeggia nei suoi maestosi manifesti (alla metro delle grandi città) è Misiedo il cui claim  - Da oggi io MiSiedo, gli altri telefonano! – suona rozzo, laconico ma efficace, a rapidità di comprensione. Misiedo è la start-up che permette di verificare la disponibilità e riservare un tavolo al ristorante in tempo reale e gratuitamente, mentre da mesi è presente JustEat, nata in Danimarca nel 2001 e presente sui digital store dal 2011, frutto della semplice, quanto innovativa, idea di aggregare l’offerta dei pasti consegnati a domicilio. Secondo i loro fondatori, la peculiarità di questo servizio consiste nella scrupolosa ricerca dei migliori ristoratori, per meglio fidelizzare l’utenza.

RISTORAZIONE E TECNOLOGIA – Inoltre il sito è aperto alle considerazioni dell’utente finale: per ogni ordine inoltrato a un ristorante, il consumatore riceve un’email con la richiesta di una recensione, potendo così valutare il ristorante sulla base della qualità del servizio, del prodotto e della puntualità. Esempi di come la ristorazione incontra la tecnologia e la piazza globale, sotto un aspetto insolito per le classiche regole di marketing del settore. Trattandosi di aggregatori, queste app è come se chiedessero alle ristorazioni di mettersi in gioco, fare network, come a cedere un po’ della loro sovranità, tutto a favore dell’interfaccia social e sopratutto tesi nell’incontrare le esigenze del cliente al quale viene offerto  - in altre parole –  un mega menù in pochi clic.

appFOOD BUSINESS - La comunicazione e il cibo sono un binomio che non conosce crisi, sopratutto in questi mesi che ci separano all’Expo di Milano, dedicato alla nutrizione eco-sostenibile: dire cibo significa esprimere, soprattutto, uno dei settori più sani dell’economia italiana. Il food copre, infatti, il 12% del nostro prodotto interno lordo, con oltre 130 miliardi attribuibili alle industrie e i restanti 57 all’agricoltura (i dati, riferiti al 2012, sono dell’Istat). Non sbaglia, perciò, chi lo considera un elemento chiave su cui aziende e altri attori coinvolti nella filiera, ma soprattutto soggetti terzi, dovrebbero fare investimenti a lungo termine e consistenti.

Strategico non solo per la macroeconomia, il mangiar bene è centrifugo per il nostro Paese secondo i desideri dei turisti di tutto il mondo, i quali vengono in Italia anche e sopratutto per il suo slow food, piano zeppo di marchi Dop e Doc, ricchissimo di esperienze gastronomiche e culturali insieme. Nell’ambito dei media – va detto – il cibo è esploso da poco con i cooking-show che conosciamo e che – ben piazzati in palinsesto – hanno dato respiro alle reti televisive. Non si conosce una testata generalista senza una rubrica, un daytime o un reality dedicato alla cucina e poco importa se il prodotto televisivo sia fatto bene o raccattato. È un format che funziona, perché molto evocativo dell’esperienza umana, quando mangiare bene delizia i sensi, fisici e psicologici.

Un codice e un evento – quello del mangiare – a cui non si può rinunciare, in quanto non solo bisogno primordiale, ma esigenza relazionale, quand’anche motivi di lavoro non ci permettono una pausa prolungata di break: ecco che queste app compensano la domanda di rapidità e qualità degli utenti. La food experience ha anche un suo risvolto solidale, visto che nello sconfinato mondo di applicazioni mobili dedicate al cibo si dà anche un occhio al sociale. Sono tantissime, infatti, le piattaforme come iFoodShare, che permettono di condividere il cibo in eccedenza con chi ne ha più bisogno: basta che privati, aziende e ristoratori si registrino e indichino la quantità di cibo che possono mettere a disposizione, perché il sistema funga da match tra offerta e domanda, mettendo il surplus a disposizione di mense sociali, centri di accoglienza o famiglie che ne facciano richiesta. Un modo tutto nuovo, insomma, per dedicare a se stessi quell’aggiungi un posto a tavola e spostare la seggiola, senza aprire le porte di casa. Basta lo smartphone…

Giuseppe Trapani

foto: fdiforum.net androidworld.net iljournal.it

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