Job Act: politica e società sapranno rispondere adeguatamente?

Job Act

Angelino Alfano ha definito il piano di Renzi un’idea del ’900

ROMA - Il segretario del Pd Matteo Renzi alcuni giorni fa ha presentato il suo “personalissimo” job act. Angelino Alfano ha prontamente ribattuto mettendo sul piatto anche la sua – sempre personalissima – posizione, attraverso una battuta che etichetta la proposta democratica dall’apparente retrogusto anglosassone, con una definizione che lo è altrettanto: «the same old soup».

PROBLEMA PRINCIPALE: IL LAVORO - Per quanto riguarda il piano presentato dal sindaco di Firenze, in relazione alla chiarezza delle idee non c’è dubbio, il problema è stato centrato: il lavoro. Fattore – quello della lucidità degli intenti – che non è da sottovalutare, per via del fatto che è sotto gli occhi di tutti come la politica oggi viaggi con il pilota automatico, in attesa del faro che faccia strada al Governo e al Paese, lo stesso che tutti pretendono, ma che ahimè, pochi mettono in campo. Forse per incapacità, paura, mancanza di coraggio. Oppure per la semplice dimostrazione che in realtà oggi gli affari pubblici sono molto più banalmente gestiti da personaggi con spiccati interessi privati. Fino al punto in cui si confina in interessi, ancora più esplicitamente e volgarmente, personali. La poltrona, per intenderci. O il posto di lavoro, che visto anche il tema si addice di più.

Per quanto riguarda i metodi – il merito delle idee – è probabile che ci sia ancora parecchio da discutere, come anche il leader del Ncd ha fatto osservare. Ma una cosa su cui probabilmente si può essere d’accordo con Matteo Renzi, al di là dell’oggetto centrale della sua proposta, è quella in cui dice che se la politica perde questo treno, allora risulterebbe evidente il fallimento. Magari non suo, o di chi è appena arrivato in Parlamento, ma della politica nel suo insieme. Ci sono italiani che fanno la fame, e che non possono aspettare.

E poi, Beppe Grillo lo giudicherebbe ancora lo stesso fallimento che si sussegue da diversi anni a questa parte. Che tra l’altro è tutto vero, per l’amor di Dio.Lui stesso, in un modo o nell’altro, sono anni che fa parte  del medesimo giro, e che è schiavo della sua idea, preda della sua personale ossessione. Quale politica questa rappresenti non si sa, ma puntare il dito contro i nuovi a questo punto diventa difficile anche per lui, anche se la spinta al cambiamento c’è, e come se c’è. A chi vanno attribuiti i meriti complessivi in positivo – o le responsabilità in negativo – è tutto da accertare, ma la voglia generale di costruire è un fatto di buon auspicio. E a dir la verità anche i grillini un po’ alla volta sembrano rispondere sempre di più al loro desiderio di realizzare qualcosa. Proponendo, introducendo, mettendosi in gioco, e non più soltanto accusando. Con proposte proprie, anche se del tutto personali, e per quanto loro stessi sono convinti che siano proposte di tutti – o magari lo fanno credere al loro elettorato e a chi sta a casa – sono pur sempre proposte, e non è un fatto da poco. Forse in questa loro caratteristica si annoda un parecchio di quell’ormai classico estremismo e fondamentalismo, ma chi siamo noi per giudicare. Sarebbe ipocrita non dire che in fondo il nostro parlamento è pieno zeppo di ideologie massimaliste sorde e arroganti. Basta guardare alle vicende della Lega e di Kyenge, e poi saremo capaci di non stupirci più di niente.

Job Act

I centri per l’impiego aiutano soltanto il 4% dei giovani a trovare un lavoro

SU CHI O COSA BISOGNA PUNTARE IL DITO? - Tornando alle responsabilità, vale a dire alle colpe, in parte è risaputo che si potrebbero attribuire ai governi che si sono succeduti in questi anni. In parte – forse anche maggiore - alla crisi economica internazionale (che non esclude le colpe del punto precedente). In parte alle ristrutturazioni che l’intero mondo, professionale, lavorativo, finanziario, ha la necessità di mettere in atto, in seguito all’evoluzione probabilmente fisiologica che si sta verificando. Alcuni paesi stanno reagendo piuttosto bene. Altri addirittura incarnano loro stessi questo cambiamento, nel senso che sono loro stessi portatori di queste novità, tecnologiche quanto sociali, organizzative a livello delle imprese quanto amministrative a livello della politica, o meglio delle politiche. Pensiamo alla Cina, la nazione ormai più ricca del globo a livello di Pil, che nonostante resti ancora barricata nel suo regime, si sta aprendo sempre di più alle leggi del mercato e della concorrenza. O all’insieme dei paesi di nuova espansione, i Brics, che si stanno fortemente evolvendo e riorganizzando anche in confronto al mondo occidentale, ed è giusto che sia così. Ma pensiamo anche all’Europa, che però, per nostra sfortuna, sta ancora arrancando nel trovare una sua direzione, nel trovare un’intesa che permetta una vera integrazione politica, e che risolva i contrasti e le incongruenze destinate a sfociare in problemi di ordine economico prima, e sociale subito dopo.

Come si posiziona l’Italia in tutto questo? Come una nazione con una forte voglia di cambiare, ma con poca capacità di farlo. O perlomeno è questo che fino ad ora si sta dimostrando. Tanta rabbia, tanta violenza, accuse e intimidazioni, ma che sembrano quelle di chi in realtà, molto più banalmente, non sa come risolvere le cose. Così vediamo chi si nasconde dietro ai palazzi, ai meccanismi logoranti, alle giustificazioni, ai vittimismi. O peggio ancora c’è chi dietro queste macchinazioni ci resta impigliato. E vale per un po’ tutto e tutti: parlamento, società, internet. Definizioni che suonano potenti e altisonanti, ma sempre più incapaci di agire in maniera rapida ed efficace. Ambiti circoscritti trasformati in strumenti dal potenziale enorme, indefinibile, ma che nella pratica dei fatti stanno fermi nei loro passi. E così accade che le imprese non ricevono i finanziamenti, ma piuttosto vengono strozzate da pratiche burocratiche e imposte. E così passiamo giornate intere davanti al pc o alla tv, e poi non siamo capaci di bussare al vicino per chiedergli anche un piccolo favore. Non ci fermiamo per strada, non parliamo sull’autobus, non salutiamo ai commercianti dopo aver acquistato qualcosa. Su internet si chiacchiera tanto, ma non si produce niente. Si mandano messaggi, si dissertano argomenti, si sputano opinioni e sentenze, ma non se ne recepisce il senso. Si lanciano invettive, ma non se ne colgono i significati. Pertanto non si agisce mai di conseguenza. Si comunica tanto, ma non si pensa mai.

Pensiamo alle potenzialità di internet. Come vengono sfruttate? Probabilmente, non troppo bene. In Italia ci sono quasi 600 centri dell’impiego, solo il 4% dei disoccupati riesce a trovare lavoro grazie ad essi. Il web da questo mondo risulta particolarmente distante. Il 41,5% dei giovani non ha un lavoro. Gli adulti, quelli di qualche mezza-generazione più grandi, non sanno che pesci pigliare. Vedono internet come una scatola nera, non sanno accedervi, e così la rete non riesce ad assumere un vero e proprio ruolo di rilievo all’interno del problema italiano dell’occupazione, che è poi uno dei principali di questa nostra crisi. I politici non conoscono lo strumento, e quindi in questo senso non può stare a loro trarne un vantaggio, farlo fruttare per creare valore.

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La grande sfida di oggi, per la politica e per l’Italia, è di creare occupazione

POLITICA, INTERNET, SOCIETÀ - La comunicazione rappresenta la società, che a sua volta è fatta di comunicazione. Le due cose sono complementari e intimamente legate. Una è la forma, l’altra è il contenuto. Una è il mezzo, l’altra è il messaggio, e nel frattempo McLuhan sta a guardare.

In tutto questo, sarà in grado la politica di assistere la ripresa e la creazione di nuovi posti di lavoro? Di intercettare il messaggio di rinnovamento sociale, di mettere a disposizione del web, delle nuove imprese, dei giovani, dei creativi, gli strumenti necessari per farsi strada nella contemporaneità, quella governata dal cambiamento? Di sicuro un parlamentare che non sa accendere un computer non sarà in grado di dare una vera e propria risposta. In questo caso risulterebbe probabilmente giusto che si sposti un po’ più in là. I grillini si sono presentati al popolo come i maghi della rete, del web, del progresso e della tecnologia. Ma non ci hanno detto che però non hanno alcuna visione che vada sufficientemente al di là della fantascienza. Tutti gli altri? Se il cambiamento è possibile, che ce lo dimostrino. Altrimenti facciano spazio a chi lo può mettere in atto al posto loro. Ma non per finta. Per davvero.

Francesco Gnagni

@FraGnagni

foto: politica.nanopress.it ; www.agi.it ; www.leftwing.it

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