Isis, la mappa del petrolio jihadista

Oltre un milione di dollari al giorno, grazie ad una rete che dai pozzi si estende ai mercati locali ed esteri. Ecco come l'Isis si finanzia grazie al petrolio

isis

La vendita del petrolio frutta allo Stato Islamico circa 1,5 milionidi dollari al giorno (foto: spondasud.it)

Dopo le dichiarazioni del presidente russo Vladimir Putin, relative ai finanziamenti ottenuti dall’Isis e ai benefici che il gruppo terrorista ottiene dal commercio del petrolio,  gli affari che lo Stato Islamico realizza attraverso la vendita greggio sono tornati sotto la lente di ingrandimento della stampa mondiale. A fotografare la situazione ci ha pensato una ricerca condotta dal Financial Times, che ha quantificato il guadagno derivante dal greggio in 1,5 milioni di dollari al giorno, seguendo inoltre la rotta che dai pozzi petroliferi porta ai mercati.

LA MAPPA DEL PETROLIO DELL’ISIS – Secondo il giornale britannico, attualmente  i giacimenti più redditizi per l’Isis si troverebbero nelle zone poste sotto il controllo dei jihadisti, in particolare nella provincia siriana orientale di Dayr az Zor, al confine con l’Iraq. Secondo quanto riportato da testimoni locali inoltre, una notevole importanza andrebbe attribuita al giacimento iracheno di Qayyara, situato a pochi chilometri da Mosul. Inoltre, le forze dell’esercito regolare di Damasco e l’Isis starebbero da tempo combattendo per il controllo del pozzo petrolifero di Jazal e per quello di gas di Shaer, attualmente entrambi considerati sotto il controllo delle truppe di Assad.

INTERMEDIARI e RAFFINERIE- Secondo quanto rilevato finora, il petrolio estratto nei giacimenti del Califfato finirebbe, grazie alla collaborazione di una serie di intermediari, per essere venduto in una serie di mercati locali, il più importante dei quali si troverebbe a Al Qam, alla frontiera con l’Iraq, o consegnato alle raffinerie dislocate in Siria, buona parte delle quali sarebbe sotto il controllo diretto dell’Isis.

I MERCATI DELL’ISIS – Secondo la ricerca condotta dal Financial Times inoltre, la maggior parte del petrolio prodotto verrebbe venduto in mercati situati in territori posti sotto il controllo dello Stato Islamico. Sarebbe invece diminuita l’esportazione, sopratutto verso la Turchia, in seguito alla caduta del prezzo del greggio sui mercati mondiali. Tuttavia, sembra che un importante acquirente del “petrolio jihadista” sia rappresentato dai gruppi ribelli attualmente in conflitto con l’Isis. Soltanto all’apparenza un controsenso, il commercio tra parti avverse in un conflitto sembra rilanciare quell’adagio che in guerra non smette mai di suonare: pecunia non olet.

Carlo Perigli

Share and Enjoy

  • Facebook
  • Twitter
  • Delicious
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
  • RSS

Ti è piaciuto questo articolo? Fallo sapere ai tuoi amici

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

 
Per inserire codice HTML inserirlo tra i tags [code][/code] .

I coupon di Wakeupnews