Iran, si prepara la difficile successione ad Ahmadinejad

Esfandiar Rahim Mashaei, uno dei papabili alla presidenza dell'Iran nel quadriennio 2013-2017

Teheran – La data c’è, ma i candidati ancora no. Questo è lo scenario che prevale in Iran a poco più di sei mesi dall’appuntamento elettorale del 14 giugno, quando, insieme agli enti locali, i circa cinquanta milioni di elettori saranno chiamati a scegliere il nuovo presidente della Repubblica Islamica dell’Iran. Una figura che l’auditorio internazionale ha imparato a conoscere “grazie” agli sforzi propagandistici di Mahmoud Ahmadinejad, figura estremamente controversa, capace di conquistare l’elettorato conservatore e populista riunito sotto le file dell’Abadgaran, o Alleanza dei Costruttori dell’Iran Islamico, alle elezioni del 2005 e del 2009.

La costituzione dell’Iran, infatti, non permette ad Ahmadinejad di concorrere per un terzo mandato costitutivo e, sebbene l’incarico sia di fatto totalmente subordinato alle numerose cariche clericali e i poteri effettivi che riconosce siano limitati, la successione appare comunque importante, in particolare per scacchiere internazionale, in perenne stato d’allerta a causa delle frequenti dichiarazioni sulla “distruzione d’Israele”.

Il particolare assetto istituzionale del paese riserva la guida degli affari di Stato alla Guida Suprema, o Ayatollah che dir si voglia, il quale viene nominato (e destituito, qualora si verifichino le condizioni per procedere in tal senso) dall’Assemblea degli Esperti, un organo elettivo di 86 membri scelti tra soli appartenenti al credo islamico, i quali a loro volta sono sottoposti al controllo preventivo del Consiglio dei Guardiani, composto da 6 teologi e 6 esperti di diritto musulmano, nominati per la prima componente dall’Ayatollah e per la seconda dai giuristi, salvo approvazione del Parlamento.

Appare chiaro, alla luce di quanto detto, che la convivenza di organismi e controlli incrociati possa generare un caos istituzionale di proporzioni enormi, particolarmente in un caso del genere, quando si devono approvare candidature potenzialmente pericolose per l’equilibrio dei poteri forti.

È il caso di Esfandiar Rahim Mashaei, a capo dello staff del presidente Ahmadinejad e accreditato da diverse fonti come possibile candidato “delfino” di Ahmadinejad che, non potendo ripresentarsi, appoggerebbe Mashaei nella disfida elettorale. Tuttavia, il solo sentore di una possibile elezione di Mashaei ha fatto rizzare i capelli alle alte cariche della teocrazia islamica, e in particolare all’ayatollah Khamenei, che dal lontano 1989 guida l’Iran dall’alto del suo ruolo di Rahbar.

La lettera del 2010 con la quale Khamenei impose la rimozione di Mashaei dalla vicepresidenza dell'Iran

Se, infatti, lo stesso Ahmadinejad si è saputo garantire otto anni di presidenza grazie a una condivisione forzata dei principi religiosi – parliamo infatti di un conservatore laico – ciò potrebbe non avvenire con Mashaei, già rimosso dal ruolo di vice-presidente dallo stesso Khamenei, e che in numerose dichiarazioni pubbliche non ha nascosto la sua ammirazione per un conservatorismo nazionalista che rivendichi il glorioso passato persiano – esperienza monarchica conclusasi con il rovesciamento dello Scià di Persia nel 1979 – e meno influenzato dal credo islamico integralista, che proprio con la Rivoluzione ha ottenuto un parere quasi illimitato.

Nel 2010, Ali Khamenei scrisse di suo pugno una lettera di poche righe al presidente Ahmadinejad, invitandolo alla rimozione di Mashaei dall’incarico. Nella missiva, si leggeva: «La nomina del signor Esfandiar Rahim Mashaei, vice presidente del Governo, è in contrasto con i vostri interessi [governativi] e ha suscitato polemiche e frustrazione tra i vostri sostenitori. La nomina deve [pertanto] essere annullata e dichiarata nulla».

Con la scelta di Mashaei come suo successore e guida politica dell’Abadgaran, dunque, Ahmadinejad potrebbe dar vita a un difficile conflitto tra presidenza politica e guida spirituale, riproponendo così l’annosa questione della divisione dei poteri e della laicità dello Stato, concetto questo che nell’Iran post-rivoluzionario è stato del tutto abolito.

Sul fronte opposto, i conservatori intransigenti e fedelissimi dell’Ayatollah sono anch’essi alla ricerca di una guida che intercetti un consenso elettorale chiaramente e indiscutibilmente mosso dai convincimenti spirituali che regnano in Iran. Per questo, la candidatura dell’ex presidente Rafsanjani sembra una scommessa persa in partenza: 78 anni, fuori dunque della fascia 45-75 anni imposta ai candidati dall’Assemblea degli Esperti, e spesso criticato per le sue posizioni riformiste. Restano vive le piste che portano a Mohammad-Bagher Ghalibaf, sindaco in carica della capitale Teheran (incarico questo ricoperto, a suo tempo, da Ahmadinejad), e Saeed Jalili, 47enne presidente del Consiglio Nazionale Supremo di Difesa e a capo dei negoziati con il gruppo 5+1 per la dismissione del piano di arricchimento dell’uranio, sul quale si è lungamente dibattuto alle Nazioni Unite. In disparte, poi, la posizione di Ali Larijani, attuale speaker del Parlamento, o Majles.

Tutti i nomi citati sono, allo stato attuale delle cose, sul mero piano delle idee: le candidature verranno rese note ufficialmente solo durante il mese di maggio, con le elezioni alle porte. In un frangente simile, è chiaro che i cittadini potrebbero essere influenzati dal presidente uscente, che spingerebbe per l’elezione di Mashaei come candidato ideale alla prosecuzione della sua linea politica. Sarà, tuttavia, da valutare la posizione di Khamenei che, come Guida Suprema, non incontrerebbe particolari difficoltà nel bloccare un candidato a lui avverso.

Stefano Maria Meconi

@_iStef91

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