Intervista a don Pirri sul Sinodo: un evento ‘profetico’

Don Dino Pirri, prete e influencer su twitter risponde sul Sinodo: pur nelle diverse sensibilità la Chiesa troverà una sintesi efficace alle sfide dell'oggi

don dino pirri

Don Dino Pirri (acimola.it)

Il primo Sinodo – questo dedicato alla famiglia –  dagli esiti tutti aperti perché probabilmente il tema è un ‘nervo’ scoperto del cattolicesimo contemporaneo: dire famiglia è come aprire un dossier articolato e finalmente leggerlo, meditarlo con un dibattito serio, coraggioso, non privo di frizioni e carico di aspettative. Papa Francesco ha voluto addirittura un biennio – saggia decisione – di schietto confronto fra le posizioni teologiche e le relative prassi, non lasciando nel la discussione nel ‘già detto’ o presunto. Abbiamo chiesto a don Dino Pirri esperto di pastorale e influencer sui social, alcune prime considerazioni su un evento che segna un passo decisivo della Chiesa alla ricerca di una sintesi armonica fra le ragioni della fede e le storie del vissuto di tanti laici. In questa intervista don Dino Pirri ha risposto con grande disponibilità.

Don Dino, questo è il primo sinodo che molti commentatori definiscono non ‘pre-confezionato’ nel quale il dibattito è aperto senza a-priori. Che ne pensa?

«Non credo affatto che questo sia il primo sinodo non “pre-confezionato”. E non credo che ce ne siano mai stati. Dal 1965 a oggi, le diverse assemblee sinodali hanno sempre agito con grande libertà e carità, cercando di guidare la Chiesa in cammino verso il rinnovamento tracciato dal Concilio Vaticano II. La novità la colgo su due aspetti: il tema, quello della famiglia oggi, che tocca molti ambiti della vita delle persone, al di là della partecipazione attiva alla vita ecclesiale, suscitando grande dibattito e attenzione mediatica anche tra i “non addetti” (talvolta con un po’ di confusione); e poi la scelta del Papa di lasciare ai padri sinodali la responsabilità di scrivere una relazione finale. Solitamente il Sinodo consegnava delle proposte da cui il pontefice traeva, a sua discrezione, una “esortazione post-sinodale”, mentre ora questa responsabilità è condivisa da tutti i Padri dell’assemblea. Forse attrae l’attenzione di tutti una Chiesa che, senza paura, si mostra “incidentata”, come direbbe Francesco, ma anche viva».

È vero che questo sarà un sinodo che lascerà una traccia nella storia della pastorale?

«Lascerà una traccia nella vita della Chiesa come tanti altri Sinodi. Forse anche noi cristiani abbiamo la memoria corta, ma ci sono stati tanti segni che possiamo definire ‘profetici’ in questi anni del post-Concilio. La sfida sarà quella del dare concretezza ai principi e di tradurli nelle varie chiese locali, specialmente nelle diocesi italiane. Ma soprattutto rimarrà il metodo: la sinodalità, cioè il camminare insieme nell’analizzare le questioni, nel discernimento e nelle decisioni. In sintesi, la possibilità di ascoltare la diversità delle voci nella ricerca sincera di ciò che è buono, non secondo la logica della minoranza e maggioranza, ma della comunione, di cui il Papa con i Vescovi costituiscono la garanzia. La sfida sarà quella di viverlo ad ogni livello della Chiesa: dal Sinodo, alle diocesi, alle parrocchie».

Sinodo

Il Papa chiede la parresia fra i sinodali. che vuol dire?

«La parresia è una qualità molto cara ai cristiani dei primi secoli, e quindi necessaria anche nel nostro tempo. È l’opposto dell’ipocrisia. La possibilità di dire tutto, ma soprattutto la responsabilità di dire tutto con sincerità, apertamente, senza secondi fini e senza mezzi termini. Credo che il Papa non volesse ricordare ai Padri sinodali la loro libertà di esprimersi, ma sollecitarli a non vergognarsi di farlo anche davanti al mondo. Come dire: non vergogniamoci di mostrare al mondo che nella Chiesa abbiamo diverse opinioni, sensibilità, soluzioni. È l’invito, anche a tutti i cattolici, a non temere mai il confronto sincero, il dialogo fraterno, l’accoglienza reciproca della storia degli altri. La scelta della comunione per smontare la contrapposizione. Dovrebbero impararlo anche i non cattolici, e molti che, invece di capire e dialogare, vanno avanti a slogan e pregiudizi».

Lei interagisce anche sui social con molti giovani e dai diversi vissuti affettivi. Quanto è palpabile questa percezione di molti Cristiani lasciati fuori dal tempio?

«Innanzitutto il posto del cristiano non è ‘nel tempio’, ma nel mondo. Preciso questo per non permettere che si cada nell’equivoco di pensare a una Chiesa che sia solo ‘luogo di culto’. La Chiesa è una comunità di uomini e donne, chiamati a vivere nel terreno fertile della storia e nella quotidianità di ogni luogo, per testimoniare la bella notizia, il vangelo, che Dio si è fatto prossimo a ciascuno. Dunque nessuno è escluso da questa possibilità di salvezza, cioè di progetto di una vita piena. Nonostante questo, e spesso a causa di alcuni fedeli, chierici o laici, molti possono essersi sentiti esclusi, condannati, indesiderati. Si possono dire dei ‘no’, anzi spesso di devono dire, ma senza mai umiliare, senza chiudere le porte e innalzare muri. Lancio una provocazione: nel dubbio ‘invita un prete a cena’. Sono sicuro che nella reciproca conoscenza, nel dialogo sincero, nella carità che tutto comprende, si scopriranno strade percorribili, finora insperate. Strade belle».

Giuseppe Trapani

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