Interstellar di Christopher Nolan. Apoteosi di forma e contenuto

Arriva in sala l’attesissimo “Interstellar” di Christopher Nolan ed è subito tempesta di immagini e visioni, ma anche di sostanza e senso metaforico “universale”

Interstellar (wired.it)

Un fotogramma da “Interstellar” di Christopher Nolan (wired.it)

Arriva il 6 novembre nelle sale italiane (e di mezzo mondo), Interstellar, l’attesissimo nuovo lavoro per grande schermo di Christopher Nolan, ormai uno dei registi (e autori) di maggior prestigio e affidamento hollywoodiano, perfettamente capace – da sempre – di riversare in tutte le sue opere numerosi e importanti sottotesti universalmente condivisibili oltre il mero apparato da prodotto filmico più o meno commerciale. Il fautore della nuova trilogia di Batman, nonché di prodotti filmici di notevole importanza sia tematica che, soprattutto, stilistico-strutturale quali Memento (2000), Insomnia (2002) e, soprattutto, Inception (2010), ha dato vita, infatti, a un’opera eminentemente sontuosa, dotata di un cast a dir poco (manco a dirlo) stellare (con tanto di sorpresa non principalmente accreditata) non difficilmente paragonabile a pellicole inestirpabili dalla storia del cinema mondiale in termini di genere (la fantascienza, nello specifico quella distopica). Non possiamo parlare di capolavoro assoluto a causa di (forse) mancati approfondimenti iniziali e alcuni intoppi di sceneggiatura nei frangenti terminali della pellicola, ma di sicuro siamo al cospetto di un’opera filmica enorme (160 milioni di dollari investiti nella produzione contro l’altra enormità, ovvero quella significante), forse monumentale per il suo stesso rappresentare un punto di svolta – se non un nuovo inizio – per il cinema fantascientifico ma non solo.

Matthew McConaughey in "Interstellar" di Christopher Nolan (wired.it)

Matthew McConaughey in “Interstellar” di Christopher Nolan (wired.it)

ALLA RICERCA DI UN PIANETA ACCESSIBILE - In un futuro non precisato e alquanto lontano dall’essere sinonimo di progresso collettivo, Cooper (il sempre eccellente premio Oscar Matthew McConaughey) è un ex ingegnere ed eccellente pilota di aeroplani e congegni spaziali costretto a convertirsi all’agricoltura a tempo pieno per un motivo molto semplice ma fondamentale: l’intero pianeta Terra è sconvolto da drastici cambiamenti climatici che ne hanno compromesso la sopravvivenza. Sulla superficie terrestre, dunque, ad essere in via di estinzione – e a provocarne quella umana complementare – è il cibo, ridotto alla sola possibilità di coltivazione del mais in appositi campi familiari. Inarrestabile appassionato di tecnica e ingegneria informatica, Cooper, con la vicinanza dei figli Murph (prima Mackenzie Foy, poi Jessica Chastain) e Tom (prima Timothée Chalamet, poi Casey Affleck), ma anche grazie al sostegno del padre/amico Donald (John Lithgow), non smette mai di studiare eventuali soluzioni al dramma in corso, fino al momento in cui, per puro caso o destino, si ritrova ad avere in mano delle coordinate che lo conducono in un posto segreto preso in affidamento dalla Nasa, organismo ormai ridotto all’autoconduzione quasi clandestina capitanata dal professor Brand (Michael Caine), da anni alla ricerca della formula definitiva che permetterà – dice – al genere umano di sopravvivere. Ma proprio questa sopravvivenza consiste non in una risoluzione terrena, bensì nella ricerca di un pianeta appartenente a una galassia sideralmente distante ma capace di ospitare la vita umana avendo caratteristiche simili a quelle del globo terracqueo. La possibilità di approdare in questa Terra alternativa potenzialmente esistente ci sarebbe; è però necessario partire all’avanscoperta interstellare che prevede l’esplorazione di parti di universo mai avvicinate prima dall’essere umano, azione resa possibile dalla scoperta di un “wormhole”, ovvero una scorciatoia capace di fare da canale di passaggio da una parte all’altra dell’universo. A compiere questo viaggio spazio-temporale saranno proprio Cooper e una spedizione capitanata da Amelia, la figlia del professor Brand (Anne Hathaway).

SCIENZA E SPIRITO – «Un tempo alzavamo lo sguardo al cielo chiedendoci quale fosse il nostro posto nella galassia. Ora lo abbassiamo preoccupati e intrappolati nel fango e nella polvere». Può essere racchiuso in queste parole – che Cooper confessa, con il cuore in mano, a suo padre seduto sulla veranda di un’abitazione diroccata rivolta verso un’ormai inesistente orizzonte fatto solo di tempeste di sabbia e oscurità – uno dei tanti sensi contenuti in un’opera enorme di visione e importanza metaforica (tratto comune un po’ in tutte le pellicole di Nolan) come Interstellar. Se la base portante dello sviluppo di una sceneggiatura di un simile calibro è da annoverare a trattati e studi scientifici al limite di una perfezione attribuibile all’immensità della mente di Kip Thorne (fisico teorico statunitense tra i maggiori esperti in materia di relatività generale, assiduo collaboratore di Nolan per la genesi di questo film), la traduzione visiva di calcoli matematici, teorie ed esperimenti astrofisici ad opera del filmmaker londinese rasenta la cristallinità più assoluta nel suo essere, fino a prova contraria, quella più aderente alla possibilità di trasposizione reale in termini di rappresentazione non tanto di “wormhole” (la cui esistenza effettiva è ancora da attestare con certezza) quanto di galassie sconosciute e buchi neri inaccessibili alle pur sviluppatissime capacità umane.

La rappresentazione estremamente realistica di un buco nero ad opera di Christopher Nolan per "Interstellar" (huffingtonpost.com)

La rappresentazione estremamente realistica di un buco nero ad opera di Christopher Nolan per “Interstellar” (huffingtonpost.com)

TRA FORMA E CONTENUTO – Se, da un lato, il genio visivo di Nolan costruisce fotogrammi il cui estro immaginifico si rifà, per certo, a produzioni proprie (molte delle proposizioni paesaggistiche sono da annoverare agli esperimenti onirici di Inception), la sua caparbietà non è eccessivamente distante dall’insormontabilità innovativa di un certo Stanley Kubrick (si veda, ad esempio, l’intera terza sezione del seminale 2001: Odissea nello spazio, con tanto di caduta alla velocità della luce e conseguenti similitudini tra circolarità spazio-temporali ed esigenze completamente umane in termini di autoassolvimento e consapevolezza di essere il mezzo della salvezza di se stessi anche nella più insormontabile e drastica quotidianità), dall’altro proprio questo inarrestabile istinto di rimando umano (non a caso) “universale” continua a battere con fiera fermezza i piedi in terra sul convinto utilizzo di formati in pellicola e Imax per fornire, quasi in (necessaria) antitesi tecnico-formale, un interminabile respiro contenutistico (non a caso oscuro) insito in una narrazione che fa dell’allegoria il suo perno principale per il disvelamento – se lo si vuole cogliere – di una personale ma condivisibile visione di questioni terrene capaci, però, di oltrepassare qualunque barriera glacialmente razionalistica, in primis quella umana regredita a pura forma e azione priva di contenuto: ne è l’emblema diegetico capillare un iniziale approdo sulla superficie liquida (la “vita liquida” di Bauman?) di un pianeta perfettamente sfruttabile, completamente denso di acqua e materia organica (quindi vita) ma assolutamente invivibile a causa di interminabili onde alte chilometri.

Il discorso insito in una discontinuità temporale che mantiene un parallelo – seppur insormontabilmente distante – tra realtà terrena e convinzione di esistere oltre ogni frontiera spaziale, pone le sue radici nella suddivisione in quei livelli reali e onirici che facevano da pilastro portante nei contorti sottostrati di Inception e che divegono, qui, fattori tangibili coesistenti in una differenza di continuità cronologica il cui scopo principale resta quello di porsi come campo semantico assoluto per un conferimento di senso che trascende il genere per divenire forma costruttrice di contenuto (il devastante rischio dell’assenza di un futuro; l’amore di genitori per i propri figli e il conseguente loro desiderio di fare proprio di quel futuro, per essi, l’unico vero dono immortale, chi con pura convinzione, chi con disperata rassegnazione). Un contenuto che, però, non è solo astrazione spirituale ma principalmente consapevolezza (spazio = qui; tempo = ora) dei propri mezzi più reconditi e inesprimibili con la sola flebile voce di una qualunque costruzione linguistica.

(Foto: wired.it / huffingtonpost.com)

Stefano Gallone

@SteGallone

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