Insegnante condannata. Fa scrivere 100 volte: «Sono deficiente»

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Condannata dalla Corte di Cassazione a 15 giorni di reclusione perché, si legge nella sentenza, «la Corte ha ritenuto che la condotta dell’imputata ha integrato oggettivamente la fattispecie del delitto in esame» cioè «abuso dei mezzi di correzione e di disciplina». La donna, un’insegnante della scuola media palermitana Silvio Boccone, aveva costretto un suo alunno di 11 anni a scrivere, come punizione, 100 volte sul suo quaderno la frase «sono un deficiente» per aver deriso e offeso un suo compagno definendolo «gay e femminuccia» e non facendolo entrare nel bagno dei maschietti.

Il fatto accadeva nel 2007. Il padre del ragazzino punito mandò gli avvocati e la perizia dello psicologo che affermava che a causa di quella punizione il ragazzino in questione aveva subito dei danni a livello psicologico e comportamentale. Partì il processo che la vide assolta in primo grado «per insussistenza dei fatti contestati», si legge nella sentenza. In appello, il 16 febbraio del 2011, il proscioglimento fu annullato in quanto «la corte territoriale ha rilevato che l’imputata ha manifestato nei rapporti con il minore un comportamento particolarmente afflittivo e umiliante, trasmodante l’esercizio della sua funzione educativa, sanzionando davanti la classe con una frase contenente una qualificazione offensiva nei confronti del medesimo, costringendolo ad insultarsi scrivendo cento volte la frase in questione ed imponendogli di fare firmare il compito dai genitori».

Ora, secondo la Cassazione  è senz’altro colpevole «di aver abusato dei mezzi di correzione e di disciplina» ai danni dello studente G.C., per averlo «mortificato nella dignità» venendo così meno al «processo educativo in cui è coinvolto un bambino». Afferma la Suprema Corte che «non può ritenersi lecito l’uso della violenza, fisica o psichica, distortamente finalizzata a scopi ritenuti educativi e ciò sia per il primato attribuito alla dignità della persona del minore, ormai soggetto titolare di diritti e non più, come in passato, semplice oggetto di protezione (se non addirittura di disposizione) da parte degli adulti». E sia perché – continua la sentenza – «non può perseguirsi, quale meta educativa, un risultato di armonico sviluppo di personalità, sensibile ai valori di pace, tolleranza, convivenza e solidarietà, utilizzando mezzi violenti e costrittivi che tali fini contraddicono». E prosegue «la risposta educativa dell’istituzione scolastica sia sempre proporzionata alla gravità del comportamento deviante dell’alunno e che, in ogni caso, essa non può mai consistere in trattamenti lesivi dell’incolumità fisica o afflittivi della personalità del minore».

Afferma anche che «nel processo educativo essenziale è la congruenza tra i mezzi e i fini, tra metodi e risultati, cosicché diventa contraddittoria la pretesa di contrastare il bullismo con metodi che finiscono per rafforzare il convincimento che i rapporti relazionali (scolastici o sociali) sono decisi dai rapporti di forza o di potere.La costrizione a scrivere cento volte la frase [...] lungi da indurre nel soggetto sentimenti di solidarietà verso i soggetti vulnerabili, era obiettivamente idonea a

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rafforzare nel ragazzo il convincimento che i rapporti relazionali sono regolati dalla forza, quella sua verso i compagni più deboli, quella dell’insegnante verso di lui». I supremi giudici hanno però rigettato la sentenza che accusava la professoressa di aver causato all’adolescente un disturbo psicologico e comportamentale, ipotesi che era stata avanzata dallo psicologo, ma che non poteva essere provata con certezza.

Una sentenza che ha letteralmente diviso l’opinione pubblica tra chi è d’accordo con i giudici e chi difende a spada tratta l’insegnante che, secondo molti, ha fatto solo il suo lavoro. Un fatto però è certo: fenomeni di bullismo come questo sono praticamente all’ordine del giorno e gestirli per un insegnante diventa sempre più difficile. Ragazzini abituati purtroppo ad avere tutto, e subito, con troppa facilità. Genitori che, causa anche del periodo storico che obbliga entrambi a lavorare per poter vivere dignitosamente, lasciano troppo da soli i loro figli. L’educazione, che dovrebbe arrivare da due fronti, quello famigliare in primis, e poi quello scolastico, molto spesso arriva solo dalla scuola, che deve sopperire anche al ruolo di educatori dei genitori. Questo ovviamente non significa che le insegnanti si devono sentite investite di un grande potere sui loro alunni. Abbiamo una generazione di adolescenti sovraprotetti e di famiglie che hanno grandissime difficoltà a gestirli. Per farlo, ci sarebbe bisogno di un’intesa con la scuola, che invece, in molti casi, viene meno.

Stefania Galli

Foto || ilmessaggero.it; adnkronos.com

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