Il potere logora (e rende pazzo) non solo chi non ce l’ha. Re Lear di Michele Placido

Re Lear di Michele Placido - Lear insieme al Matto e al conte di Kent

Roma – Scenario apocalittico, quasi post-atomico, evocativo del crollo, reale o metaforico, dei grandi poteri economici e politici della storia del mondo. Il braccio di una statua romana antica accanto ad una colonna in rovina, un’aquila imperiale di quelle viste nei documentari sul Terzo Reich, un busto (Stalin?) bendato, il Carlo V a cavallo di Tiziano (ancora per poco in sella al destriero), un’enorme corona che le effigi di Kennedy, Martin Luther King e Bin Laden vogliono forse figurare come quella della Statua della Libertà, rovinata al suolo come si vede nella sequenza finale de Il pianeta delle scimmie di Franklin Schaffner (1968).

Vi affiorano i protagonisti del dramma, fusione di passato, presente e futuro a partire dalle donne fasciate in tute e bustini in pelle nera sadomaso su cui indossano abiti e broccati di sapore medievale, e inizia la vicenda, nota ai più. Il sovrano di Britannia Lear (Michele Placido), ormai vecchio, decide di rinunciare al potere e al regno per dividerlo tra le figlie Goneril (Margherita Di Rauso), Regan (Linda Gennari) e Cordelia (Federica Vincenti). Ad ognuna chiede però in cambio che traducano in parole il loro amore per lui: solo le prime due, con falsa ipocrisia, lo accontentano – ottenendo così insieme ai rispettivi mariti, duchi di Albany e Cornovaglia (Peppe Bisogno e Alessandro Parise), le terre paterne – mentre la sincerità e il silenzio della minore, Cordelia, viene punito con il ripudio e l’esilio, senza alcuna dote, in Francia, come sposa del Re “nemico” (Giorgio Regali). Con lei Lear caccia anche il Conte di Kent (Francesco Biscione) che ne ha preso le difese. Ma il vecchio sovrano dovrà ben presto fare i conti con il vero volto della progenie falsamente amorevole, in breve unitasi in un complotto contro di lui insieme ad un altro figlio ingrato e traditore: Edmund (Giulio Forges Davanzati).

Questi, per avere il potere del padre, duca di Gloucester (Gigi Angelillo), a danno del fratello Edgar (Francesco Bonomo), cospira per allontanarlo dal castello, obbligandolo a vivere come fuggiasco e sottrarsi alla cattura assumendo l’identità di un vile medicante, il povero Tom, e tradisce poi lo stesso genitore – rimasto invece fedele a Re Lear insieme al conte di Kent, tornato a servire il suo padrone sotto le mentite spoglie di Caio –  alleandosi con le figlie di re adbicatore. La tragedia fa il suo corso: la pazzia di Lear a cui è di compagnia la “saggezza” del Fool (Brenno Placido), la lussuria del triangolo Edmund-Goneril-Regan, l’invasione dell’esercito francese e il ritorno di Cordelia, il ritrovarsi del duca di Gloucester ed Edgar, l’epilogo funereo con la morte sia dei giusti che dei malvagi.

L’adattamento di Michele Placido e Francesco Manetti, realizzato insieme a Marica Gungui, dell’opera di William Shakespeare, cala il dramma del Bardo in un’attualità che ha spinto certa critica a parlare addirittura di declinazione pulp dell’autore elisabettiano, con inserti – non solo costumistici e scenografici come si è già detto, ma anche musicali (il balletto rap del Matto, l’Hallelujah di Leonard Cohen intonato da Cordelia, le voci delle vittime dell’11 settembre) – che avvicinano comunque la pièce all’attualità del nostro tempo. Soluzione non certo originale, già vista, solo per citare un altro caso shakespeariano e tra i più noti fuori dal teatro, in Romeo + Giulietta di Baz Luhrmann del 1996, di cui non avrebbe comunque bisogno la riflessione, modernissima, sui temi del poteree delle sue lotte fratricide, dell’ambizione sfrenata che conduce al tradimento, del disgregarsi dei valori umani nei legami famigliari, della solitudine, della speranza che viene schiacciata e poi, debolmente, riemerge.

Lear, il duca di Gloucester e Edgar

Il discostarsi dal testo originale dell’interpretazione (e traduzione) di Placido, sempre più evidente dopo la fedeltà della prima mezz’ora dello spettacolo come ha in qualche intervista dichiarato lo stesso attore e regista pugliese, non snatura troppo la versione d’inizio XVII secolo, ma lascia a volte perplesso un pubblico che – colti alcuni rumors tra le poltrone e nel foyer – non sembra riuscire a cogliere immediatamente i richiami alla Storia d’oggi («Bin Laden, ma che c’entra?») o parla di cattivo gusto a proposito di diverse soluzioni, post-moderne o beckettiane che siano riprendendo ancora una volta le parole di alcuni critici, capaci di trasfigurare i “nobili” personaggi di Shakespeare trasformandoli in figure stalunate o anche strampalate, qualcuno li ha chiamati freaks. Così lo stesso Lear è portato in scena da Placido armato di sandali francescani sotto una dimessa mise pantalone-camicia in lino porpora (il colore dei sovrani e degli imperatori, però…).

Ma in fondo forse non si potrà mai piacere a tutti sempre e comunque, proprio come il Matto, che corre il rischio di essere frustato due volte: dagli uni quando dice la verità, dagli altri quando mente.

 

Re Lear  

traduzione e adattamento di Michele Placido e Marica Gungui

regia di Michele Placido e Francesco Manetti

dal 16 al 28 ottobre 2012

Roma – Teatro Quirino –  
Spettacoli : martedì – sabato ore 20.45 tranne 18, 24 e 27 ottobre (ore 16.45); domenica ore 16.45

 

Laura Dabbene

Share and Enjoy

  • Facebook
  • Twitter
  • Delicious
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
  • RSS

Ti è piaciuto questo articolo? Fallo sapere ai tuoi amici

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

 
Per inserire codice HTML inserirlo tra i tags [code][/code] .

I coupon di Wakeupnews