Il limbo sonico dei Radiohead

Copertina dell'album

Avete presente quella strana e vecchia cosa fatta di carta e dotata di cinque linee e quattro spazi? Probabilmente si chiama ancora “pentagramma“, non è così? Ecco. Prendetelo e guardatelo bene. Fotografatelo nella vostra memoria perché non lo vedrete più, dal momento che occorre stracciarlo in mille brandelli e gettarlo via se si vuole comprendere cosa sta succedendo in casa Radiohead. Avete capito bene. Stracciarlo e gettarlo via perché, secondo indiretta espressione di Thom Yorke, fratelli Greenwood e soci, sarebbe l’unica via per sperimentare un nuovo concetto di composizione musicale prossimo al concetto di “limbo” fatto di note e parole, in un continuum di sensazioni sinestesiche raramente producibile senza riuscire a calcolare quell’impulso, quell’elettrone, quel frammento di sempre viva melodia capace di far perdere i sensi e guidare in mondi altri, dispersi chissà dove nel marasma delle pulsioni sovrumane.

Basta inoltrarsi nel nuovo capolavoro di rivoluzione sonica denominato The king of limbs, vero e proprio esempio di come non sia mai impossibile rinnovare continuamente se stessi pur avendo dato già così tanto (quasi tutto) nel corso dell’ultima decade. Il processo che ebbe inizio con lo shock anafilattico del capolavoro che fu Kid A, proseguito col similare Amnesiac, si moltiplica, in questo nuovo universo di palpitazioni senza tempo né spazio, privo di continuità logica concreta ma, proprio per questo, intriso di quel potere ipnotizzante ed allucinatorio fondamentale per la costruzione di un’intera legge galattica basata unicamente su criteri propri. Ma rivoluzione significa anche nuova modalità di acquisto, già sperimentata col precedente In rainbows: preordine online di una limited edition non concessa ai negozi neanche mesi dopo, con tanto di download preventivo. Ad un prezzo dimezzato rispetto all’uscita di quattro anni fa, questo nuovo metodo di distribuzione indipendente (se neanche una band come i Radiohead ottiene più un contratto con una major c’è davvero tanto su cui riflettere, fatta eccezione per i loro personali rifiuti categorici) sembra davvero una delle poche vie plausibili di ribellione alla logica da merchandising.

I Radiohead

Rivoluzione, dunque. Assenza di spazio e dissoluzione di tempo. Basta inoltrarsi nelle prime scie del brano di apertura, Bloom, per capire di cosa stiamo parlando: tempi dispari sovrapposti e gestiti solo dall’insieme degli strumenti (pochi, a dire il vero, nel momento in cui soccombono positivamente alla supremazia dei bit elettronici), dove anche un re acustico come il pianoforte viene letteralmente reso schiavo della dominazione sonica globale. Morning mr Magpie prosegue il discorso anche se in chiave più riconoscibile: a fare da tramite al corpo mistico delle atmosfere è sempre e comunque la voce eterea e, stavolta, meno lamentosa di un Thom Yorke ai limiti del perfetto. Little by little, è un primo ritorno alle melodie di Hail to the thief o Ok computer, seppur con una sezione ritmica dominante nel complesso degli arrangiamenti interplanetari, mentre Feral riesce bene a ristabilire le coordinate astrali di pianeti la cui dominante resta l’esperimento sonoro del campione vocale. Lotus flower è il controverso (anche se più regolare) singolo estrapolato unicamente a scopo di diffusione per un videoclip strano e quantomai inedito nel mostrare unicamente un Thom Yorke in epilessia danzante: il brano si distingue melodicamente tra oscurità e barlumi di ragione metrica, immediatamente sommersi da un incalzante loop portante costruito su un similbasso dai tratti vintage da moog. Ma è la successiva Codex, probabilmente, il capolavoro perno dell’intero album: un pulsare a momenti indistinguibile di elettroni ovattati fa da culla metronomica per pochi ma insostituibili accordi di pianoforte e fantasmi di fiati campionati dal sapore languido e malinconico in puro stile Radiohead: sembra essere il risultato indelebile di un continuo perfezionamento compositivo che va da Exit music, passa per la poco edita Last flower e arriva qui, nel cuore delle pulsazioni di un’anima di cristallo, alla quale fa da eco uno sfondo vocale in piena simbiosi con la tetra immagine di copertina dell’album. Lo stesso processo uditivo scaturisce anche dai successivi esperimenti di campionamento di Give up the ghost, per poi ritornare definitivamente nel limbo ritmico di Separator che chiude il sipario su atmosfere più positive e dedite ad un approccio compositivo più cantautorale ma pur sempre legato alla costruzione elettronica delle scarne ma essenziali partiture.

Trentasei euro non è una cifra così eccessiva. Si può anche azzardare uno sforzo per acquistare una vera e propria opera d’arte contemporanea.

Stefano Gallone


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3 Risponde a Il limbo sonico dei Radiohead

  1. avatar
    maurizio 21/02/2011 a 16:53

    opera d’arte contemporanea l’album più brutto dei radiohead? ma non scherziamo!

    Rispondi
  2. avatar
    Stefano Gallone 21/02/2011 a 17:40

    Maurizio…se dici che questo è l’album più brutto dei Radiohead, ti devo per forza di cose chiedere una motivazione costruttiva in merito questo tuo giudizio. Con molto piacere attendo una tua risposta.
    Ciao.

    Rispondi
  3. avatar
    PinoC. 21/02/2011 a 22:30

    …direi che…
    il ‘non tanto nuovo corso dei Radiohead’ altro non sia che la ‘conclusione’ di un percorso irto e impervio che aveva come punto di partenza l’inquieto ‘Kid A’ un disco assurdo, estremizzato e rarefatto.

    L’ambient pura di ‘Tre…efingers’ (3:42) spacca in due il progetto e l’essenza della sperimentazione si chiude nell’impazienza di ‘Optimistic’ e nell’urgenza dance di ‘Idioteque’.
    Un album difficilissimo e seguito di un capolavoro quale ‘OK computer’.
    Non siamo mai riusciti a penetrarne le sottili trame musicali eppure… la chiave di lettura è nella mastodontica ‘How to disappear completely’, un affascinante nenia notturna e intrisa di pathos.

    Scritta nel 1997 la canzone sembra essere nata in seguito ad un sogno del cantante della band e, secondo le interpretazioni odierne, rappresenterebbe l’io del cantante stesso, in bilico tra la realtà che sta fuori – rappresentata dallo stesso tecnicismo e tecnologia che contraddistingue il fare musica del gruppo (e al contempo il tempo moderno che viviamo), esperibile soprattutto nelle performances live – e il mondo “fuori”, nelle vesti dell’elemento naturale tramite il quale si presenta e che potrebbe essere, a livello simbolico, presentato dall’immagine dell’albero che appare, a mo’ di chiaro elemento rivelatore del testo visivo, all’interno di tutto il video (official e unofficial video). In questo caso la teoria poc’anzi espressa porrebbe il testo della canzone in stretto legame con una non poco vasta letteratura il cui centro propulsore è il sogno/incubo notturno ispiratore di grandi opere letterarie.

    ‘Amnesiac’ è un ulteriore passo avanti, un work in progress verso la ‘decostruzione sonora’.

    E’ ambient, jazz, post elettronica, visionarie e futuriste interpretazioni del contemporaneo ed è schizzato nella scia della velocità.
    Un pugno nello stomaco nel suo incedere.

    Prima ti ‘pacchettano’ e poi ti dicono che ‘potrei essermi sbagliato’…

    Un must del no sense ideologico, filologico, pittorico (vedasi le molte pagine artistiche disegnate da Stanley Donwood e Thom Yorke, che si è firmato con lo pseudonimo di ‘Tchocky’).

    A seguire due bellissime pause: ‘Hail to the thief’ dove la decostruzione cedeva il passo alla ricostruzione nelle ritmiche sghembe e sgangherate di ‘Where I end and you begin’, alla distratta ‘Backdrift’ o alla purezza di ‘I will’ sospesa sul velluto inquieto della voce di Yorke.

    Sembrava esserci una chance, una luce ma il ‘lupo’ alla porta non prometteva e non promette nulla di buono: o esci ed affronti ‘il nemico’ o ‘anche se ti barrichi in casa… prima o poi è la fine’.

    Nessuna chance. Nessun futuro.

    E i conti non tornano: ’2+2=5′.

    I Radiohead restano a galla con il successivo ‘In rainbows’. Un sottile ritorno alle origini dopo aver cancellato qualsiasi speranza di ‘suono’ dal loro pentagramma.

    Una pietra angolare su cui edificare un futuro ‘diverso’: ‘All I need’, ’4 minutre warning’, ‘Go slowly’. Ed una strisciante ed inattesa forma di ‘ottimismo’…

    Ed ora una nuova svolta: decostruire per ricostruire. Ed occhio ai testi. Più visionari di una (oscura) visione.

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