Il diamante di Syd Barrett

La copertina dell'album

Quarantacinque anni fa, esattamente il 5 agosto del 1967, vide la luce The Piper At The Gates Of Dawn, il primo album di quella leggendaria band che sarebbero divenuti in seguito i Pink Floyd.

Erano ancora i tempi di Syd Barrett, il chitarrista cantante e fondatore del gruppo che negli anni successivi si sarebbe progressivamente distaccato dalle scene musicali per motivi sui quali ancora oggi si discute, fra ipotesi più o meno suggestive, nel tentativo di spiegare una perdita tanto importante quanto amara. La ragione che solitamente viene addotta è la “pazzia” di Syd, che sarebbe stato travolto dal successo e dalla droga senza riuscire a gestire il proprio delicato equilibrio psicologico, reso precario dalla prematura scomparsa del padre. Se si lasciano per un attimo da parte le interpretazioni di chi è alla continua ricerca di “eroi” da ritrarre su magliette e cappellini, ecco che emerge però una ipotesi certo meno affascinante ma probabilmente più veritiera, quella di un Syd semplicemente desideroso di vivere una vita “normale” come quella che ha poi effettivamente condotto nella sua Cambridge, con la mamma e i suoi pochi affetti, sino al luglio del 2006.

Anche il primo album dei Pink Floyd, che prende il nome dal titolo dell’ottavo capitolo del best-seller per bambini di Kenneth Grahame “Wind in the Willows”, è spesso oggetto di interpretazioni forzate, che vedono nei testi e nella musica dalla forte impronta psichedelica il tentativo di Syd di tradurre in melodia le proprie disavventure lisergiche. La smania di ricondurre tutto alla follia di Barrett è tale che si finisce col perdere di vista quel suo modo tutto particolare di scrivere canzoni: altro che sottili interpretazioni psicologiche, quelle di Syd sono le canzoni scritte quasi per caso da chi vede il mondo con gli occhi semplici ed entusiasti di un bambino, stupito davanti ad un omino di panpepato  o ad uno spaventapasseri, protagonista di un mondo da fiaba oramai pressoché scomparso dalla musica contemporanea, tutta infarcita di testi politicamente impegnati e banali parole d’amore.

Il "light show" dei Pink Floyd

Con la sua splendida Telecaster impreziosita di specchietti, pur non raggiungendo le vette di artisti come un Clapton o un Hendrix, Barrett fu un vero e proprio innovatore della tecnica chitarristica, il primo ad utilizzare il “Binson Echorec”, una sorta di precursore degli attuali sistemi digitali. Nei suoi spettacoli all’UFO Club di Londra introdusse il cosiddetto “light show”, uno spettacolo di luci e diapositive che cambiò per sempre il modo di fare musica dal vivo assieme all’introduzione del suono quadrifonico, con gli amplificatori che davano l’impressione al pubblico di essere letteralmente avvolto dalla musica.

Un album che è un vero e proprio diamante incastonato nella storia del rock, anche se non così conosciuto come alcune delle opere successive dei Pink Floyd, forse perché appesantito da quella originalità e visionarietà, conseguenza estremizzata del beatlesiano Revolver pubblicato solo pochi mesi prima, che lo rendono meno “moderno” e attuale di altri capolavori floydiani. Un album semplicemente da ascoltare, almeno una volta nella propria vita: indossate le cuffie e allacciate le cinture, pronti a decollare verso Giove, Saturno, Oberon, Miranda e Titania.

Leonardo Butini

foto: hellawaitstheinformers.blogspot.com, freewebs.com

 

[youtube]http://youtu.be/OVrembZ7dVE[/youtube]

Share and Enjoy

  • Facebook
  • Twitter
  • Delicious
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
  • RSS

Ti è piaciuto questo articolo? Fallo sapere ai tuoi amici

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

 
Per inserire codice HTML inserirlo tra i tags [code][/code] .

I coupon di Wakeupnews