Il caso Di Cataldo: la spirale dell’odio e il maleficio del dubbio

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Una delle foto postate da Anna Laura Millacci su Facebook

Il sassolino scivola dalla montagna e diventa una frana in pochi minuti. Immagini scioccanti, volti tumefatti, sangue, feti annegati in un bidet. «È una ragazza», scrive il Corsera. «È un’artista», ribatte Repubblica. «È la compagna di Massimo Di Cataldo», sentenzia il web. Se adesso te ne vai, Come sei bella, Amami. Il ragazzino con la chitarra, che un quindicennio fa ha fatto innamorare le adolescenti a Sanremo con i capelli lunghi e gli occhi da cerbiatto, ha riempito di botte la sua compagna e le ha fatto perdere un figlio. Choc.

Anna Laura Millacci, il nome della ragazza-artista-compagna di Di Cataldo, non ha denunciato le violenze alla polizia. Si è scattata foto col telefonino e, 20 giorni dopo l’accaduto, mentre il compagno era a ritirare il Premio Lunezia ha pubblicato tutto su Facebook. Due foto del volto, due del «figlio che portavo in grembo». Ha taggato discografici e promoter, ha linkato il profilo della ex moglie di Di Cataldo, ha condiviso l’aggiornamento di stato di Selvaggia Lucarelli che parlava di lei. Tra una foto e l’altra, ha postato l’immagine di un pacco di libri che le era appena arrivato da Ibs. Choc al quadrato.

La prassi del web in questi casi è semplice e scontata: come osservato da «Giornalettismo», il meccanismo tipico dei cani di Pavlov è stato esemplare. Donna picchiata, foto pubblicata, caccia al mostro. Se poi il mostro ha una pagina fan su Facebook, si può agitare il forcone comodamente seduti dietro al monitor. Insulti, offese e minacce. Nel bel mezzo della tempesta, poi, un sussulto dalla nave del comandante Di Cataldo, ormai adagiata su un fianco. Se la Millacci ha attaccato sulle pagine di un social network, la replica non poteva che arrivare lì: il cantante parla di «stupore, dolore» e necessità di tutelarsi «come uomo e come artista». «Fa così solo perché l’ho lasciata». Choc al cubo.

La spirale dell’odio inizia ad avvolgersi su se stessa. Gli insulti al cantante si mescolano a quelli alla donna, rea di essersi “inventata tutto”. Le invettive si annodano ai dubbi, inciampano nelle ipotesi tra il disparato e l’osceno, si espandono verso l’esterno e poi si riaggomitolano su se stesse, fino a tornare al punto di partenza. Ma come: due minuti fa Di Cataldo era l’untore da dare alle fiamme, adesso è la sua (ex) compagna ad essere una poco di buono? Tutto ed il contrario di tutto. Quando il processo mediatico inizia, e sul banco delle prove ci sono solo due post su Facebook, la certezza è una sola: un processo con 60 milioni di giudici.

Giudici conservatori, che difendono ad oltranza la donna vittima di abusi. Giudici negazionisti, intenti a setacciare il profilo Facebook della malcapitata a colpi di “questa non sta bene”, “in faccia ha solo un po’ di trucco” e “al massimo s’è morsa il labbro”. Giudici populisti bipolari: a morte o lui o lei, o magari tutti e due indistintamente. Lui perché è uno schifoso, lei perché probabilmente se l’è cercata, tutti e due perché – per stare assieme – devono essere per forza fusi.

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La Millacci con Massimo Di Cataldo

Il meccanismo di interazione ed immedesimazione del web accelera esponenzialmente i tempi di circolazione delle notizie. Ma, allo stesso tempo, assurge alle vesti di tribunale in tempo reale. Il fan-di-Tizio si schiera ad oltranza col proprio amico/beniamino, nel più antidemocratico degli organi di giustizia. Quello in cui la conditio sine qua non per prendere la parola è la patetica discriminante dell’avere una tastiera o un telefonino tra le mani. E la cui sentenza non si elabora in camera di consiglio per alzata di mano. Bensì in pubblico, a suon di “Mi piace“.

Prendere posizione da un lato, quello della Millacci, è facile. Prenderla dall’altro lato, quello di Di Cataldo, è provocatorio e rischioso. Prendere posizione dalla parte della verità, obiettivo unico di chi dovrebbe riportare agli occhi della gente ciò che accade, è al momento impossibile. Il “beneficio” del dubbio rischia di essere tacciato di maleficio, di feroce maschilismo, di sensazionalismo. Ma la verità non si può nascondere solo dietro quattro foto su Facebook, né tantomeno alle spalle una storia finita. Né, soprattutto, sotto il mantello d’orrore di una possibile storia di violenze. Nascosta alla legge, ma spiattellata sul web.

Comunque vada, ci perderà qualcuno. Che sia esso l’uomo, la donna o la giustizia. La verità? Resterà chiusa in un cassetto di casa Di Cataldo-Millacci, fino a quando un giudice non farà saltare quel lucchetto, mettendo la parola fine al duplice orrore. Ci riuscirà – chissà quando – con l’orrore dei fatti. Ma non riuscirà mai, poco ma sicuro, ad arrestare l’orrore dell’anti-tribunale di Palo Alto.

Francesco Guarino
@fraguarino 

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