Con ‘Il Capitale Umano’ Virzì sceglie la commedia noir

Paolo Virzì riadatta il romanzo 'Il Capitale Umano' dello statunitense Stephen Amidon facendone una sceneggiatura brillante per un film che incanta

La locandina del film "Il capitale umano" (varesenews.it)

La locandina del film “Il capitale umano” (varesenews.it)

Tra i più attesi film del 2014 figura senz’altro l’ultima opera corale di Paolo Virzì, cineasta amatissimo dal pubblico e dalla critica per piccoli indimenticabili capolavori e per la sua capacità di scuotere insieme cuore e intelletto. Il Capitale Umano, liberamente tratto dal romanzo omonimo di Stephen Amidon, scrittore statunitense che si è da subito appassionato al progetto rimanendo incantato dal risultato finale, non delude le aspettative, anzi sorprende per l’originale scelta di campo del regista.

UNA NUOVA ‘COMMEDIA UMANA’– Dal punto di vista del soggetto sembrerebbe che Virzì abbia messo da parte la forte carica emotiva dei suoi ultimi film (Tutta la vita davanti, La prima cosa bella e Tutti i santi giorni), per tornare a uno sguardo più distaccato, qui addirittura cinico, di alcune sue precedenti opere (si pensi a Caterina va in città), in cui vengono sapientemente scandagliati i cliché dell’umanità italiana, stratificata in classi sociali sempre più ibride, farsesche e impregnate di grotteschi paradossi. Sarebbe, tuttavia, riduttivo schematizzare in questo modo il cinema di Virzì, perché Il Capitale Umano, seppure innovativo nel registro adottato, decisamente più noir del solito, è una sintesi del suo modo di scrivere e di dirigere gli attori sul set. Nessuna distinzione necessaria tra personaggi buoni e cattivi, nessuna storia personale che predomini sulle altre e nessun interprete che spicchi sul resto del cast: c’è una impeccabile logica di incastri che contribuisce a dipingere in modo fluido e con tonalità scure la commedia umana (tutta italiana) del regista.

IL LAVORO DI SQUADRA – Proprio come una nuova, piccola, comédie humaine balzachiana, il denaro fa girare le pedine del tabellone di gioco e, proprio come un gioco, Virzì, insieme agli altri due abili sceneggiatori, Francesco Piccolo e Francesco Bruni, ha scomposto e manipolato il romanzo americano (che ambienta l’intera storia nel Connecticut), trasportando le vicende del racconto nella nostra Lombardia. La trama si sviluppa attraverso gli occhi dei tre personaggi scelti dal regista perché rappresentativi di tre diversi modelli di vita, con un avvincente riavvolgimento della pellicola che ogni volta torna indietro, svelando poco a poco i dettagli del tragico incidente che costituisce fino alla fine il nodo apparentemente irrisolvibile dell’intera trama.

Fabrizio Bentivoglio, Valeria Golino e Fabrizio Gifuni in una scena di "Il capitale umano" (max.gazzetta.it)

Fabrizio Bentivoglio, Valeria Golino e Fabrizio Gifuni in una scena di “Il capitale umano” (max.gazzetta.it)

Un camaleontico Fabrizio Bentivoglio, nei panni dell’immobiliarista Dino Ossola che ambisce al guadagno veloce e facile, affidandosi ingenuamente agli investimenti finanziari di un affarista speculatore, Giovanni Bernaschi (interpretato dal bravissimo Fabrizio Gifuni); Valeria Bruni Tedeschi perfettamente calata nel ruolo della signora Bernaschi, donna ricca insoddisfatta e costantemente frustrata nella sua vacua ricerca di romanticismo e nelle sue effimere velleità artistiche; Serena (l’esordiente e sorprendente Matilde Gioli), adolescente irrequieta spinta dal coraggio della sua età a non accontentarsi, destinata a trovare conforto nella premurosa Valeria Golino, che interpreta Roberta, psicologa e compagna del padre della ragazza. Dovrebbe assegnarsi un premio collettivo all’intero cast, che conferma, oltre alla presenza in Italia di attori di qualità, la genialità del regista livornese che riesce sempre a creare nei suoi film un microcosmo di realtà che funzioni in ogni suo ingranaggio.

LO SGUARDO DI VIRZÌ – Nel finale, prima di calare il sipario sulla tragedia che ha segnato questa fetta d’umanità, vengono tirate le somme del racconto, attraverso la scelta di fornire allo spettatore, in chiave volutamente didascalica ma sarcastica, la morale del film e la spiegazione del suo titolo. Senza svelare nulla sul significato racchiuso in esso, che scioglie più o meno tutti i nodi venuti al pettine, va riconosciuto che Paolo Virzì è forse il solo oggi in Italia che riesca a non ripetersi mai pur mantenendo un proprio marchio inconfondibile, calandosi con coraggio in delicati temi sociali di stretta attualità e mescolando assieme un autentico cinismo al più accorato bisogno di speranza.

(Foto: max.gazzetta.it / varesenews.it / cineblog.it)

                                                                                                                                                                                                                                                    Giulio Luciani

                                                                                                                                                                                                                                                     @julienlucien

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