Il bel Renè al cinema. Placido ed il bandito Vallanzasca

Il cinema esplora il decennio lungo del secolo breve tra sparatorie, rapine e rapimenti – Eroi o anti-eroi di un tempo per riflettere oggi sulla decadenza della società

di Gianluca Guarino

C’era una volta il bel Renè…così potrebbe iniziare la sequenza d’apertura del prossimo film di Michele Placido (attualmente in fase di realizzazione), che presumibilmente (meglio non giocare d’anticipo con le produzioni) si chiamerà Il fiore del male. Non aspettatevi la storia di un letterato dagli improvvisi slanci botanici e nemmeno la storiella del principe e del suo cavallo bianco. La favola, forse si.

Renato Vallanzasca

Renato Vallanzasca

Renato Vallanzasca è l’ultimo anti-eroe che il cinema d’inchiesta di Michele Placido porta alla ribalta, dopo i  vari Libano, Freddo, Dandy e tutti gli altri dell’allegra cooperativa della Magliana. Sarebbero vari i punti da cui iniziare e gli spunti da sviluppare, ma a film ancora in lavorazione pare quantomeno arrogante e presuntuoso, nonché ingrato, dare luogo ad un dibattito sulle possibilità e potenzialità del prodotto, sulle sue intenzioni. Perciò meglio concentrarsi altrove.

Si è detto che non sarebbe illecito aspettarsi una favola. In effetti la natura romantica, idealista del più celebre bandito della recente storia d’Italia, si potrebbe prestare in maniera più che congrua alle formule d’apertura del repertorio fiabesco: infanzia infelice segnata dalla tragica scomparsa di un compagno di giochi prima, e del fratello Ennio poi; condizioni familiari normali e dignitose sullo sfondo di una Milano simbolo della bella vita e del benessere; situazione nazionale contingente non del tutto sotto controllo (anni di piombo, bombe, sparatorie, terrorismo, strategia della tensione). E poi la sua irresistibile carica seduttiva, che gli è valso l’appellativo “bel”, le centinaia di fans e di lettere, i rapimenti e i presunti invaghimenti delle vittime.  Insomma  il panorama 70’s offre parecchio materiale narrativo da modellare e romanzare. E lui, Vallanzasca, che si erge a Lupin del Giambellino, pare si adagi con disinvoltura in questo scenario.

Certo il rischio che si corre è la costruzione di un anti-eroe che di fatto diviene il paladino del pubblico medio. Il pericolo è dietro l’angolo, è il revival. In un momento in cui si apprezzano vari riconoscimenti all’importanza storica e culturale di quello che Gianni Canova ha ben definito il decennio lungo del secolo breve, in occasione dell’omonima mostra allestita 2 anni fa  alla Triennale milanese.

Ma così ci si dimentica che a dirigere Kim Rossi Stuart (sarà lui l’interprete del capo della Comasina) è Michele Placido. Il quale, smesso l’abito dell’ispettore Cattani, proprio non riesce a far cinema senza intingerlo nelle cronache, soprattutto quelle misteriose, fitte, per lunghi tratti irrisolte di quel periodo. Troppo nere per rimanere ancora al buio, troppo rosse per sentirci “smacchiati”. Già, la cosa riguarda anche noi, anche noi dobbiamo ri-guardare le cose. E continuare a farlo per ragioni di natura etica.

Michele Placido

Michele Placido

E non è un caso che nelle sale giri attualmente Il grande sogno, parentesi che inizia prima del 68, lo attraversa e lo segue. Insomma Placido si ritaglia un posto fra quei registi come Franco Rosi e Damiano Damiani, coi quali ha lavorato e dai quali ha appreso la loro idea di cinema, strettamente connessa con la ricerca storica di una verità, che periodicamente emerge solo con l’apertura degli archivi, in tempi ovviamente matematicamente sterili, inoffensivi e poco fecondi per eventuali sguardi all’indietro.  La sua rivisitazione dei fatti di quel periodo forse non ha ancora la carica investigatrice di pellicole come Le mani sulla città di Rosi o le impennate oniriche di Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto di Elio Petri; è forse impregnata di spettacolarità e manierismo, non è ancora così asciutta ed incisiva. Ma forse costituisce una coscienza che non si arrende al qualunquismo e che si dipana nei suoi lavori passati, dalle difficoltà dei sobborghi palermitani di Mary per sempre alle vicende di alcune ragazzine cresciute nella più artificiale periferia romana di Amiche del cuore, fino agli equilibri e legami tra criminalità organizzata e alte sfere finanziarie intorno al caso Sindona. Ma forse è arrogante giudicare, attendere è meglio che prevedere, almeno in questo caso, almeno ora.

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