I tanti intrecci politici dietro l’intervento in Siria

Siria

Barack Obama (wikimedia.org)

Le ragioni per cui l’occidente si appresta a mandare le proprie truppe in Siria non sono economiche. La Siria non esporta petrolio dalla fine del 2011, quando le sanzioni internazionali sono entrate in vigore. Inoltre, come ha ricordato Julian Jessop, la Siria non è un grande produttore di petrolio, come era la Libia, né è un importante punto di transito per le esportazioni di petrolio e gas, come l’Egitto. Prima delle sanzioni, la Siria produceva 370.000 barili al giorno, circa lo 0,4 per cento delle forniture globali, e ne esportava meno di 150.000 barili al giorno, principalmente in Europa. Le grandi compagnie petrolifere che lavoravano in Siria prima delle sanzioni erano Royal Dutch Shell – che ha domicilio fiscale nei Paesi Bassi, ma le sue azioni sono trattate principalmente nelle borse di Londra ed Amsterdam – e la compagnia petrolifera francese Total.

La produzione di petrolio attuale della Siria è stimato in appena 50.000 barili al giorno. Attualmente il paese è a corto di prodotti petroliferi ed è costretto ad importare dall’estero. Vendite di prodotti petroliferi in Siria sono ancora consentite, anche se la maggior parte dei commercianti si sono astenute dal fare affari in terra siriana. Il paese è stato costretto a ricorrere all’aiuto dell’Iran.

Ecco, la Repubblica Islamica dell’Iran è il vero motivo di quest’operazione. Come ha scritto il Wall Street Journal – e ha riportato Federico Rampini – Obama ha cercato per due anni di tenersi fuori dal conflitto in Siria, ma questa è diventata una guerra per procura con l’Iran. Di conseguenza, non reagire all’uso di armi di distruzione di massa risulterebbe, agli occhi del Governo nordamericano, un errore strategico gravissimo con implicazioni profonde in tutti i rapporti di forze nel Medio Oriente. Il Washington Post ha scritto che Obama prepara un colpo limitato contro la Siria, circoscritto sia nell’ampiezza che nella durata, progettato in modo da punire efficacemente la Siria per l’uso di armi chimiche, mantenendo però gli Stati Uniti fuori da un coinvolgimento nella guerra civile. In questo senso va interpretata la dichiarazione del portavoce della Casa Bianca Jay Carney. Quest’ultimo ha affermato, infatti, che fra le opzioni che gli Stati Uniti stanno considerando non c’è un cambio del regime in Siria.

Siria

Assad (lasestina.unimi.it)

Ma non si può escludere a priori che Assad riesca a respingere un attacco militare di portata limitata. E l’intervento americano potrebbe comunque avere come conseguenza un conflitto più ampio, dato il supporto che l’Iran ha fornito al regime di Assad. Pochi giorni fa, Massoud Jazayeri, vice capo di stato maggiore delle forze armate iraniane, ha infatti avvertito l’occidente: se ci sarà un attacco, ci saranno «dure conseguenze», «L’America conosce le delimitazioni della linea rossa sul fronte siriano, se verranno superate ci saranno serie conseguenze per la Casa Bianca». Il vice capo ha aggiunto: «L’attuale guerra terroristica in Siria è stata progettata dagli Stati Uniti e dai paesi reazionari della regione contro il fronte della resistenza (contro Israele) nonostante questo, il governo e il popolo siriano hanno ottenuto grande successo», «Chi aggiunge benzina sul fuoco non sfuggirà alla la vendetta del popolo».

La risposta di Israele non si è fatta attendere. Il primo ministro Benyamin Netanyahu ha riferito che «di fronte a ogni tentativo di colpirci, risponderemo e risponderemo con forza». Ha poi aggiunto che «lo stato di Israele è pronto a ogni scenario» e che Israele non «è parte alla guerra civile in Siria».

Ma le conseguenze di un eventuale attacco alla Siria potrebbero non limitarsi al solo Iran. I maggiori produttori russi di petrolio, infatti, sostengono Assad. Inoltre, la baia di Iskenderun, in Turchia, a pochi chilometri dal confine con la Siria, è una delle principali via di esportazione di greggio dell’Iraq e dell’ Azerbaijan.

Per quello che riguarda le reazioni italiane su un eventuale intervento in Siria, Enrico Letta ha parlato al telefono con il primo ministro del Regno Unito David Cameron convenendo che con «l’uso massiccio di armi chimiche in Siria si è oltrepassato il punto di non ritorno», con un crimine «inaccettabile per la comunità internazionale». Il ministro degli Esteri Emma Bonino ha affermato che l’Italia non prenderebbe parte a soluzioni militari al di fuori di un mandato del Consiglio di sicurezza dell’Onu». Dello stesso avviso il ministro Mauro: «La maggioranza è assolutamente compatta e coesa».

Giacomo Cangi

foto: fulltravel.it; wikimedia.org; lasestina.unimi.it

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