I migliori album del 2013: da Nick Cave ai Marlene Kuntz

L'anno volge al termine e offre tempo ai bilanci. Ecco il nostro resoconto musicale sui migliori album del 2013

migliori album del 2013

La copertina di “Push the sky away“, l’ultimo album di Nick Cave & The Bad Seeds (foto: brooklynvegan.com)

Il nuovo anno è ormai alle porte ed è giunto il momento propizio per stilare una classifica sui migliori album del 2013.

Al di fuori del solito indie snaturato e sostanzialmente inutile, tranne rare eccezioni, si è trattato, a modesto spirito osservativo e “degustativo” del sottoscritto, di un 2013 alquanto piatto e, in definitiva, salvato da alcuni spunti molto notevoli se non, talvolta, ai limiti del geniale.

ETEROGENEITÀ O CRISI CREATIVA? - Al decimo posto, merita uno sguardo attento e comunque doveroso l’ultimo lavoro in studio dei Marlene Kuntz: Nella tua luce. La scelta di inserire questo tra i migliori album del 2013 riguarda più un giudizio complessivo sulle intenzioni e la predisposizione passionale che la band di Cristiano Godano e soci inietta in qualunque cosa porti a termine in periodi creativi più o meno ispirati.

In questo caso si è trattato di una produzione densa di spunti eterogenei provenienti da quasi tutte le sfumature che la band di Cuneo trascina con sé nel proprio DNA fin dalle origini.

Certo, uno spiraglio di ostinazione nella continua ricerca del formato canzone rischia di affossare quanto di più inedito possa ancora essere estirpato da una vena creativa che, prima o poi, potrebbe estinguersi davvero, ma il disco è godibile, più scarno in punti di forza come le liriche ma concettualmente attendibile, dal principio alla fine.

TENTATIVI DI DIVERSIFICAZIONE – Un simile discorso complessivo, se vogliamo, vale anche per la nona e l’ottava posizione occupate, a detta dello scrivente, dai nuovi lavori di Depeche Mode e Nine Inch Nails, rispettivamente Delta machine e Hesitation marks, entrambi molto attesi e, per quanto differenti in arrangiamenti e sonorità, accomunati dal tentativo di provare, se non altro, a cambiare un po’ le carte in tavola. Tra funzionali passi indietro nell’utilizzo di strumenti analogici (scelta solo apparentemente anacronistica ma non priva di senso) e corposo affievolimento sonoro, entrambi gli album sono di difficile impatto e non facilmente ascoltabili, una seconda volta,con eccessivo entusiasmo. Eppure si lasciano assaporare sulla strada maestra del “fammi vedere dove vuole arrivare”. Discutibilissimi ma, almeno, interessanti.

SANITÀ FOSSILIZZANTE E RISPOLVERO VINTAGE – Se sinonimo di benessere può essere imperterrito e inarrestabile spirito creativo in sede di composizione, i norvegesi Motorpsycho godono di ferrea salute. Al settimo posto, Still life with eggplant conferma con merito quanto appreso sulla propria pelle in un ultimo decennio non proprio semplicissimo ma confluito in un’identità proveniente da picchi estremi di dimostrazioni camaleontiche a suon di psichedelica “seventies”, hard rock e avant-prog. Proprio su quest’ultima strada, Bent Saether e compagni hanno battuto molto per sentirsi ancora più artisticamente liberi (non che prima non lo fossero; anzi). L’album pecca, forse, in eccesso di frammentazione e ridondanza sonora percepibile di brano in brano, ma la verve dei musicisti resta quella a molti già nota, così come l’indiscutibilità di una cultura musicale più che sconfinata non può che attirare l’attenzione anche dei meno consapevoli.

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Una delle quattro copertine del nuovo album dei Nine Inch Nails, “Hesitation marks” (nineinchnails.tumblr.com)

Se di riferimenti e cultura musicale pregressa si può dunque parlare, al sesto posto il caso dell’album d’esordio omonimo dei californiani Allah-Las ha del divertente. Quattro amici si ritrovano in un magazzino con dischi pieni di polvere, quattro strumenti e amplificatori rispolverati da parenti e amici direttamente provenienti dalla decade ’60-’70. Per gioco cominciano a suonare ma si accorgono che il suono sprigionato li riporta indietro di cinquant’anni. Registrano tutto su nastro analogico e il risultato è un disco che degli “anni zero” non ha assolutamente nulla se non la consapevolezza che, come dire…sì, insomma…era meglio prima, ecco.

GENIO E CONFERMA – Alla quinta posizione (o almeno nella prima metà della classifica) non può non esserci il maestro settantenne Van Dyke Parks. Più di un decennio di attesa ha portato a Songs cycled, un vero e proprio gioiello di estro e creatività compositiva, un bacio schioccante alla perfezione di arrangiamenti e intenzioni comunicative per tramite di una musica che diventa musical e viceversa in un continuo andirivieni di soluzioni sorprendenti, profonde e anche alquanto inedite. In molti, qui, dovrebbero solo imparare, invece di pavoneggiare il proprio nulla più assoluto.

Di ramo completamente opposto, invece, ai margini del podio è da annoverare il nuovo album dei Placebo, Loud like love, perché è un disco sincero, sentito, magari non pieno di spunti chissà quanto notevoli o estrosi ma ricco di canzoni belle, intense e coinvolgenti. Di certo non proprio in “stile Placebo”, si direbbe, ma non si è mai veramente capito perché una band più o meno longeva debba, per forza di cose, cercare e consolidare uno “stile” ben preciso. Ascoltatelo se non lo avete già fatto, punto e basta.

SUL PODIO - Il trittico del podio, infine, è (almeno per due terzi) abbastanza prevedibile ma, a detta del sottoscritto, non potrebbe essere altrimenti. Terza posizione per Lightning bolt dei Pearl Jam, disco sul quale abbiamo speso anche qualche parola di troppo, album dal tocco, sì, consolidato ma trascinante, coinvolgente, deliziosamente frastornante tra frustate post punk, sprazzi di hard blues, delicatezze melodiche e soluzioni comunque nuove come le incursioni in ballate dispari e predisposizioni chitarristiche dilatate.

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Copertina di “The next day”, il nuovo album di David Bowie (intheflesh.it)

Secondo posto per il “duca bianco” David Bowie, in più che sorprendente rispolvero con il meraviglioso The next day, spiazzante a partire dalla copertina per finire sulle canzoni. Il buon uomo, proprio non riuscendo a resistere al silenzio fisicamente forzato, avrebbe tranquillamente potuto fare un disco di normalissime canzoni. E invece no. Dalla prima all’ultima nota ha ripercorso almeno quarant’anni di carriera in un’eterogeneità di generi incredibilmente disarmante. Stratosferico.

Ma la medaglia d’oro, in tutta sincerità, la consegniamo al signor Nick Cave e ai suoi Bad Seeds per quell’incommensurabile capolavoro che è Push the sky away. Anche in questo caso abbiamo scritto tanto e anche in questo caso a spiazzarci completamente è stato qualcuno che avrebbe potuto tranquillamente fregarsene di cercare l’ago nel pagliaio dell’innovazione. Questo la dice molto lunga sullo stato delle cose, ma forse si tratta proprio del maggiore punto di forza: la totale libertà emotiva.

Push the sky away è la preghiera buia, oscura e silenziosamente tormentata di colui che cerca se stesso ben oltre le proprie nuvole interiori, fino a spostare il cielo dell’anima pur di trovare un ulteriore sbocco, una sempre nuova strada da percorrere. Difficile usare altre parole per descriverlo. Qualora vogliate, leggete quanto abbiamo già scritto ma, soprattutto, ascoltatelo con estrema attenzione e assorbitene ogni minima fibra emotiva.

(Foto: brooklynvegan.com / nineinchnails.tumblr.com / intheflesh.it / fullhdwpp.com)

Stefano Gallone

@SteGallone

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