I mestieri dell’arte tra XX e XXI secolo: una nuova definizione dei ruoli

In L’artista e i commissari. Quattro saggi non sull’arte contemporanea, ma su chi si occupa di arte contemporanea, Yves Michaud affronta la questione del compito degli artisti in rapporto a quello di galleristi, curatori, direttori museali e critici d’arte

di Laura Dabbene

Un museo d'arte contemporanea

Con il continuo proliferare di mostre che celebrano i grandi talenti artistici del Novecento, ma anche grazie ad appuntamenti di rilievo come la Biennale di Venezia o la Fiera di Bologna, fino alla tradizionale settimana dedicata alle aste di opere d’arte moderna e contemporanea che si sta svolgendo a Londra, sempre più l’arte contemporanea occupa le pagine dei quotidiani, non solo gli inserti dedicati alla cultura.

Ma quali sono le dinamiche che stanno alla base di questo sistema e di questo mercato, soprattutto come sono cambiati i ruoli degli artisti in relazione al crescere di quello degli addetti ai lavori quali funzionari museali, curatori di mostre, mercanti d’arte e critici? Un bel saggio di Yves Michaud può essere utile guida in questo intricato percorso d’analisi.

“Basta pensare alla povertà dei programmi televisivi, ai quotidiani orrori architettonici, alla deculturazione degli svaghi e della stampa. Per non parlare della scuola …Di fronte a questo deserto culturale, l’idea che il museo oggi costituisca un’oasi e un rifugio non è affatto remota.” È l’attualità di tale affermazione che rende questo studio, apparso in Francia nel 1989, estremamente contemporaneo e certo da (ri)leggere per il suo essere analisi lucida e disincantata, se non profetica, su ciò che il mercato dell’arte è diventato negli ultimi 30 anni. Riedito da Idea nel 2009 è pregio indubbio del curatore aver affiancato al saggio originale un intervento del 2007, Tendenze, che riprende i concetti precisandoli, approfondendoli, rivisitandoli alla luce dei recenti eventi e accentuando il valore sempre crescente di fattori quali il denaro, il business e la speculazione.

Yves Michaud

Michaud, filosofo con spirito critico da storico dell’arte, identifica il paradigma estetico dominante, l’“iperempirismo postmodernista” caratterizzato da un così vertiginoso ampliarsi delle categorie che inquadrano il mondo dell’arte da giungere alla s-definizione dell’arte stessa e rendere complesso individuare dei parametri condivisi per l’identificazione dell’opera d’arte. Tale fenomeno ha causato trasformazioni radicali, ma anche una situazione esterna al mondo dell’arte, la globalizzazione, ha creato, come in altri settori della vita sociale, nuovi problemi di ricerca di identità e confronto, nonché nuovi schemi interpretativi.

L’autore sviscera con acume le conseguenze di tali mutamenti, in particolare quelle che coinvolgono il fruitore medio appassionato d’arte, ma non specialista, descrivendo il mondo delle mostre-evento come dominato da criteri che inesorabilmente puntano in direzione di un’equiparazione tra il museo e Disneyland, per cui “è sempre più difficile capire qual è la differenza tra il Centro Pompidou e un parco di divertimento”. In questo processo, come si evince dal titolo del saggio, giocano un ruolo chiave organizzatori e curatori, funzionari e direttori museali, critici e free-lance che hanno sostituito del tutto gli artisti nel decidere ciò che è significativo o privo di interesse, nel definire ciò che è arte, riducendo i creatori a stipendiati di un sistema dove ciò che conta è lo spettacolo finale. Così passano in secondo piano le idee o le teorie che sottostanno alla creazione dell’opera e l’artista diventa colui che fabbrica marchi; così scompaiono le linee critiche guida di una mostra, quelle storico-cognitive che ne fanno occasione di svago, ma anche di vera crescita intellettuale, e questa diventa turismo e puro commercio. Quale soluzione? Abbandonare l’illusione dei valori estetici assoluti per riscoprire la complessità dell’incontro con l’arte…questione di interpretazione, intenzioni, contenuti e significati.

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