I cavoletti di Bruxelles

La Corte europea per i diritti umani ha deciso che non esiste il ‘Diritto alla Procreazione artificiale’. Tuttavia, le leggi che la regolano non possono essere discriminatorie

di Silvia Nosenzo

Strasburgo – Da una parte il desiderio e l’aspirazione di molte coppie che soffrono di infertilità ad avere un figlio, dall’altra il dilemma della legittimità di dare la vita tramite tecniche artificiali. È il grande dibattito del nostro secolo, che è stato recentemente affrontato alla Corte dei Diritti Umani di Strasburgo.

La legge italiana (n. 40/2004) vieta la fecondazione eterologa, in cui il seme proviene da un donatore esterno. Ma qualcosa, nel giro di poco tempo è destinato a cambiare. La Corte Europea per i Diritti Umani, infatti, il 1° aprile, nella causa S.H e altri contro Austria (n. 57813/00), ha stabilito che le leggi austriache che restringono le procedure di fecondazione in vitro (le stesse italiane) sono “discriminatorie e violano il diritto alla vita della famiglia, sancito dalla Convenzione europea dei Diritti umani”.

La legge austriaca, come quella italiana, permette solo l’utilizzo di tecniche di fecondazione in vitro ‘omologhe’, cioè che impiegano i gameti delle coppie che vogliono un figlio, mentre la fecondazione eterologa è proibita. La donazione di ovuli è proibita in ogni caso.

Secondo il governo austriaco, tali restrizioni sono state adottate per proteggere i bambini da relazioni familiari ‘insolite’, che si sono già verificate in Paesi che permettono la donazione di gameti da partner ignoti. Non solo, la legge vuole anche proteggere le donne dal rischio di sfruttamento e dalla nascita di un mercato degli ovuli.

Ma la coppia austriaca che ha fatto ricorso alla Corte ha evidenziato come fosse vittima di discriminazione rispetto alle altre coppie che possono ricorrere alla fecondazione assistita senza bisogno della donazione. In questo caso, infatti, la moglie era completamente sterile e, dunque, non in grado di produrre ovociti.

La Corte Europea, a proposito, ha posto l’accento sul fatto che “non c’è l’obbligo da parte di uno Stato di permettere la fecondazione artificiale. Tuttavia, se uno stato decide di permetterla, la legge deve essere formulata in maniera coerente”. I giudici di Strasburgo, inoltre, non erano del tutto convinti delle argomentazioni usate dal governo austriaco.

La Corte ha dichiarato che “le relazioni familiare insolite, che non seguono la tipica relazione padre-figlio basata su un diretto legame biologico, non sono niente di nuovo. Sono esistite fin dalla nascita dell’istituzione dell’adozione, che ha creato una relazione familiare non basata sui discendenti ma sul contatto”.

La Corte ha poi suggerito che “non ci sono ostacoli insormontabili per portare queste relazioni nella cornice generale del diritto di famiglia”.

La sentenza europea restringe anche la possibilità per i singoli Stati di regolare la procreazione artificiale: possono proibirla o liberalizzarla completamente, o possono restringerla, ammettendo solo determinate tecniche. Ma non possono in alcun modo permettere che in alcuni casi sia consentito l’uso di ovuli o sperma donati, e in altri no. Seguendo questa decisione, molti Stati europei, tra cui l’Italia, dovranno rivedere la loro legislazione in materia.

Rimane da capire se le nuove leggi saranno più restrittive o meno.

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