Holy Motors, quando il cinema è ancora arte – Recensione

Locandina del film (gazzetta.it)

Una sala cinematografica buia, piena di spettatori addormentati. È questa la prima immagine di Holy Motors, il capolavoro del regista Leos Carax, presentato lo scorso anno al Festival di Cannes e vincitore del Prix de la Jeunesse, in uscita oggi nelle sale italiane. Siete avvertiti sin da ora: se vi aspettate di vedere qualcosa che vi faccia passare una tranquilla serata, farete meglio a restarvene a casa, o all’occorrenza, scegliere di vedere un altro film. L’ultimo lungometraggio del regista francese, che s’impose agli occhi della critica internazionale con l’ambizioso (e costosissimo) Les Amants du Pont-Neuf, è quanto di più lontano possa esistere dal classico cinema d’intrattenimento.

L’ultima fatica di Carax è, infatti, una pantagruelica opera ricca di rimandi, un’opera d’arte che torna a elevare il cinema a settima arte nel pieno senso del termine, che realizza una totale esperienza sensoriale per chi si accinge a guardarla (lo spettatore assopito di cui sopra). Non più, quindi, un’opera lineare che si manifesta chiara e semplice a un occhio passivo e annoiato, ma un racconto che attiva la sensorialità del proprio spettatore chiedendogli un’operazione attiva d’interpretazione e decodificazione.

È una specie di cinema sperimentale quello di Carax, un cinema di ricerca e una ricerca sul cinema, come lo erano i film di Vertov e Ėjzenštejn, o meglio, gli esperimenti di Jules Marey (l’inventore del cronofotografo, ndr), le cui affascinanti immagini degli atleti in movimento inframezzano proprio i vari episodi del film. Sette sono, infatti, le “unità” di Holy Motors, sette episodi intrecciati tra loro con una perfetta fluidità, il cui senso si realizza a prescindere dall’insieme. Gli episodi, infatti, potrebbero essere letti in maniera totale, complessiva, come un unico racconto, o perfettamente separati.

Il camaleontico protagonista del film è Denis Lavant, l’attore feticcio di Carax, che interpreta il signor Oscar, un essere che viaggia di vita in vita: a volte è un importante dirigente, a volte un assassino, a volte una mendicante, a volte un padre di famiglia, a volte una creatura mostruosa simile a un satiro. È solo, accompagnato per le vie di Parigi in una lussuosa limousine da Céline (Édith Scob), una signora bionda e slanciata che sembra essere l’unica a comprendere la sua identità. Oscar va alla ricerca della “bellezza del gesto”, instancabile flanêur in una città in cui la notte sembra arrivare prima del previsto, un uomo senza dimora, senza una vera identità, ma con molteplici io. Oscar è un attore, è colui che per antonomasia non è mai se stesso, ma presta il proprio corpo per le realizzazione di vite altrui, è un trasformista nella mani di un regista visionario che gli affida il suo messaggio: risvegliare le coscienze e trovare un senso a un’esistenza instabile, in cui i punti di riferimento sono in realtà pure illusioni. È un camaleontico essere che trasforma se stesso alla ricerca di un’identità, e per questo ricorda vagamente il complesso e multiforme Matthew Barney del Cremaster Cycle.

Eva Mendez e Denis Lavant in una scena del film (aceshowbiz.com)

Ma in Holy Motors non c’è solo riflessione esistenziale e rivendicazione artistica, c’è anche tempo per la critica sociale: il signor Merde, protagonista del terzo episodio e già interpretato da Lavant in Tokyo! (lungometraggio episodico del 2008 a cui partecipò, oltre a Carax, anche Michel Gondry), è un essere a metà tra un inquietante satiro e un lepricauno irlandese, che si aggira per la città divorando qualsiasi cosa trovi, finché non rimane folgorato dalla bellezza di una modella (la quasi robotica Eva Mendez), che viene rapita e condotta in una grotta. Qui la “Bella” è costretta dalla “Bestia” a coprirsi volto e corpo con il proprio vestito, inizialmente succinto e sensuale, fino a ricordare una donna islamica avvolta dal burqa. La critica, palese, è all’animalità del fondamentalismo islamico, che usa la paura per detenere il potere, e per estensione, a tutte le tirannie. Ma c’è critica anche nei confronti del nuovo cinema digitale: nel secondo episodio, infatti, Oscar è un addetto al motion capture che realizza una scena di sesso con una donna contorsionista e sensuale, ma la tecnologia trasforma l’atto sessuale in un’inquietante irrealtà. I due, infatti, vengono tramutati in creature spaventose e volgari. Chiaro è, perciò, l’intento del regista di elogiare la pellicola, unico mezzo in grado di attenersi al reale senza sconvolgerne l’essenza e la bellezza.

Non mancano poi i grandi volti a esaltare la maestosità di quest’opera, da Michel Piccoli, “l’uomo dalla macchia di vino”, che ricorda un Padrino moderno, e Kylie Minogue, la cantante australiana che dimostra qui una grande dote istrionica e la cui presenza (per altro evocata dalla ripetizione negli episodi precedenti del successo Can’t Get You Out Of My Head) serve a rafforzare il senso di vacuità che pervade il film. La Minogue interpreta infatti Eva, l’unica donna che Oscar abbia mai amato, l’unica che possa comprenderne la condizione esistenziale e la profonda solitudine.

In un contesto in cui regnano ormai spettacolari blockbusters in 3D, nati per ammaliare gli occhi e nascondere il più delle volte scarsezza di contenuto, in un’epoca in cui si affidano ingenti quantità di denaro a produzioni orgogliose che intrattengono senza far riflettere, Carax si impone come un artista che rivendica una posizione e difende l’espressività ormai sottratta al mezzo cinematografico. Viene da chiedersi, effettivamente, se sia ancora questo il tempo per realizzare simili opere, che risvegliano le coscienze sì, ma che creano un profondo senso di nostalgia. Viene da chiedersi se valga ancora la pena tentare di rivendicare un senso per l’arte, in un mondo ormai interessato puramente al profitto e poco all’emozione e alla riflessione. Non è questa la sede per iniziare una tale disquisizione, quello che è certo è che, grazie a Carax, il cinema si riappropria, finalmente, di quello statuto di opera d’arte che da molti anni a questa parte sembrava aver perso.

(Foto: gazzetta.it; aceshowbiz.com)

 David Di Benedetti

@davidibenedetti

[youtube]http://youtu.be/cK1Xxs7_NPQ[/youtube]

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