High Hopes, Springsteen e grandiosità da vendere. Però…

L’ultimo album di Bruce Springsteen non è un disco nuovo. Pregi e (pochi) difetti di una scelta produttiva poco comprensibile. Ma il boss è il boss

La copertina dell'ultimo album di Bruce Springsteen "High hopes" (rollingstonemagazine.it)

La copertina dell’ultimo album di Bruce Springsteen “High hopes” (rollingstonemagazine.it)

Premessa doverosa: in questo articolo, come in una vita intera, non si punterà mai il dito, nella maniera più assoluta possibile, su Bruce Springsteen in qualità di artista e uomo. Ci si limiterà esclusivamente a stendere alcune considerazioni (in un paio di punti anche lievemente problematiche) circa il nuovo album High hopes, in arrivo nei negozi il prossimo 14 gennaio. L’importanza della figura del Boss è ben più che indiscutibile e non occorre ripeterlo ulteriormente, tantomeno in questa sede.

IL BOSS È IL BOSS – Né più né meno. E come tale, ad ogni giro di vite, si attende sempre non tanto con ansia quanto con curiosità e, soprattutto, fame di puro rock and roll, così come del suo più stretto sinonimo “urgenza”, ogni nuovo lavoro discografico che possa più o meno incrementare la già più che esponenziale dose di repertorio da riversare sui palcoscenici di tutto il mondo per le consuete tre ore (e mezza) di pura vita live (chi ha assistito anche ad un solo concerto di Bruce Springsteen, con la sua sempreverde E Street Band, questo lo sa fin troppo bene).

L’URGENZA – Proprio la caratteristica di sempre ricercata immediatezza, quindi proprio quell’urgenza espressiva tradotta sia in note che pensieri riversati su carta con onnipresente senso analitico e spirito di critica severa, soprattutto dal punto di vista politico-sociale, è da sempre una delle qualità migliori / maggiori del “boss”, così come di qualunque altra grande icona simbolo della più sincera sopravvivenza del genere (il Neil Young di Living with war, parte del Riot act dei Pearl Jam e via discorrendo). E proprio sotto la smagliante luce di questa intramontabile propensione discorsiva prende vita High hopes.

A mala pena sono due gli anni di distanza dal precedente Wrecking ball, a sua volta equidistante da Working on a dream, che di suo arrivava a due anni da Magic e via indietro. In sostanza, dal 2002 Bruce Springsteen è letteralmente rinato (semmai si fosse affievolito) in termini di energia, carica emotiva e spirito di osservazione tematico a trecentosessanta gradi. Dalla reunion con la storica E Street Band fino al rientro in studio tutti insieme per The rising, dopo sette anni di silenzio dalle esperienze solitarie “nebraskiane” di The ghost of Tom Joad, Springsteen ha inanellato album su album senza mai sbagliare effettivamente chissà cosa. Con il nuovo High hopes, in definitiva, la formula non cambia: energia da vendere, passione, rock and roll che più genuino non si può. Solo un paio di scelte, forse, provocano sinceramente qualche piccolo pensiero critico che, comunque, niente toglie ad un prodotto, come sempre, vivo, smagliante, forse un po‘ ripetitivo ma non laddove dimostra di essere limpidamente ispirato e consapevole delle proprie intenzioni.

Bruce Springsteen (rollingstonemagazine.it)

Bruce Springsteen (rollingstonemagazine.it)

IL DISCO – La già notissima traccia d’apertura omonima introduce egregiamente anche nella discografia del boss (dopo il palcoscenico) i fiati di Jake Clemons (nipote del compianto “big man” Clarence) quasi onnipresenti. Spirito vitale e speranza intramontabile sono i temi consueti e giustamente ben noti dell’artista in questione. La “new entry” che risponde al nome di Tom Morello (controversa chitarra di Rage Against The Machine e Audioslave, poi solista in The Nightwatchman), divenuto amico fraterno del boss già da diverso tempo, regala al disco intero una notevolissima scarica tutta nuova al sound complessivo. Un suono a tratti in splendida antitesi con la struttura generale, ma proprio per questo interessante perché al di là delle consuete scelte stilistiche che da sempre contraddistinguono gran parte della bellezza delle composizioni del boss.

La sinuosità dell’andamento complessivo di Harry’s place, l’incomparabile bellezza di American skin (41 shots) e la nativa desolazione tramutata in rabbia rassegnata e sprigionata dalla chitarra possente di Morello nella versione elettrica di The ghost of Tom Joad trasportano l’animo verso qualcosa di forse troppo simile ad esperienze passate (c’è una certa analogia tra Down in the hole e la I’m on fire di Born in the Usa) ma saggiamente aggiornate con esperienze retroattive eppure raramente così attuali (le sonorità delle Seeger sessions). Fino ad arrivare al vero capolavoro dell’album, ovvero quella The wall tanto cupa e desolata quanto densa di riferimenti socio-politici (il boss, qui, chiama in causa direttamente un certo Robert McNamara, proseguendo nel cammino lungo l’idea dell’epoca vietnamita come corresponsabile delle demolizioni morali di un’intera popolazione).

PERÒ… – Si può obiettare, però, di non essere di fronte ad un disco veramente “nuovo”. Veder comparire tra i credits anche il nome del tastierista Danny Federici, altro storico compagno di viaggio passato a miglior vita nel 2008, fa scattare l’idea di aver assorbito almeno due brani non solo di passata scrittura ma proprio di registrazione (Harry’s place e The wall). La stessa High Hopes non ha nulla di nuovo dal momento che si tratta di una cover degli Havalinas, proprio da Springsteen già incisa nel 1996 per l’ep Blood brothers.

Bruce Springsteen sul palco con Tom Morello (rolligstone.com)

Bruce Springsteen sul palco con Tom Morello (rolligstone.com)

Nulla toglie alla bellezza del disco, però non si capisce bene il reale motivo di simili scelte, come l’inclusione in scaletta di ancora altre cover (Just like fire would è dei Saints, Dream baby dream è dei Suicide), “autocover” (The ghost of Tom Joad elettrica; American Skin compare nel Live in New York City del 2001, brano scritto in seguito all’uccisione, con 41 colpi di arma da fuoco, dello studente liberiano Amadou Diallo da parte della polizia) e b-sides che tanto, da sempre, fanno impazzire i collezionisti tra 45 giri e bootleg vari (Harry’s place e Down in the hole vengono dalle session di The rising) e che, di fatto, rendono il disco un po’ tutto tranne che nuovo, sostanzialmente un album di rivisitazioni non dichiarate e recuperi d’archivio.

Tra rock e riflessione, energia positivista e rimpianto, perché, allora, la scelta di pubblicare questo particolare tipo di prodotto? Possiamo divertirci quanto vogliamo tra obblighi discografici o esigenze di etichette “major” sempre più disperate e a tutto dedite tranne che a capire le reali soluzioni a portata di mano. Resta il fatto che siamo di fronte ad un disco magari non proprio completamente“del” boss ma, di sicuro, “che viene dal” boss. Quindi buono. Quindi giusto. Quindi da far girare sul piatto ancora e ancora sempre, senza pensarci troppo su. Però…però niente, basta. Adagiate quella puntina e via.

(Foto: rollingstonemagazine.it / telegraph.co.uk / rollingstone.com)

Stefano Gallone

@SteGallone

Share and Enjoy

  • Facebook
  • Twitter
  • Delicious
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
  • RSS

Ti è piaciuto questo articolo? Fallo sapere ai tuoi amici

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

 
Per inserire codice HTML inserirlo tra i tags [code][/code] .

I coupon di Wakeupnews