Governo messicano: attacco a chi difende i diritti umani

Messico, un paese pericoloso per chi difende i diritti umani

di Claudia Landolfi

Protesta di alcune popolazioni indigene

Il Messico, nome ufficiale Stati Uniti Messicani, è composto da 31 Stati federali e da un Distretto Federale. Al suo interno convivono diverse realtà culturali composte da distinte minoranze etniche di origine indigena. Sebbene oggi tali minoranze siano riconosciute a livello internazionale, la situazione interna del paese mostra ancora forti squilibri tra diritti proclamati e quelli reali acquisiti da queste popolazioni.

Nel 1998, durante il cinquantesimo anniversario della “Dichiarazione Universale dei Diritti Umani”, l’ONU ratificò la “Dichiarazione dei Difensori dei Diritti Umani”. Con questa venivano stabilite le norme giuridiche riconosciute nella carta internazionale dei diritti umani. I vincoli giuridici riguardavano tutti gli Stati membri aderenti l’ONU, incluso il Messico, anch’egli partecipe all’Assemblea Generale.

L’organizzazione interna del paese è a sua volta affidata a due organi principali, il CNDH, Commissione Nazionale dei Diritti Umani, ed al CEDH, Commissione Statale dei Diritti Umani. La situazione si complica ulteriormente nella frazione dei compiti burocratici e sulla base della divisione dei poteri esecutivi. Al CEDH spetta il compito di promuovere l’attività di chi si impegna nella lotta dei diritti umani; altresì può sollecitare l’autorità pubblica e municipale nel caso in cui si verifichino situazioni di abuso, minacce o maltrattamento, ma a essa poi  non spetta alcun potere di tipo giurisdizionale. Le sollecitazioni d’aiuto e di denuncia spesso rimangono così sulla carta senza che venga applicata nessuna procedura di controllo.

Altro organo fondamentale per la tutela di chi si impegna nella difesa dei diritti è il CADH, Corte Interamericana dei Diritti Umani. Ma i ricorsi presentati da questo istituto devono giungere al vaglio della Segreteria di Governo che coordina i diversi istituti federali. Nel moltiplicarsi delle vie d’accesso, spesso, i buoni propositi si perdono a metà strada e le risposte attese si verificano sempre con grossi ritardi, mettendo in serio rischio la vita del personale che attua sul campo.

A complicare maggiormente il quadro sono i caciques, personalità autonome che esercitano il controllo su determinati territori grazie ai loro rapporti di favore con le autorità politiche della zona, con conseguente arbitrarietà nell’uso e nell’abuso di potere.

Amnesty International ha redatto un documento che testimonia la situazione di pericolo in cui vertono gli attivisti dei diritti umani in Messico. Nel protocollo vengono specificati alcuni casi simbolo nel periodo che comprende dal 2007 al 2009. Questi includono circostanze di omicidio, detenzione indebita a carico di false accuse, minacce e intimidazioni. A perpetrare tali abusi sono spesso le stesse autorità locali, statali o federali, che mandano avanti i loro agenti per difendere i propri interessi economici.

Le persone che corrono maggior rischio sono proprio gli attivisti impegnati nella difesa dei diritti economici, sociali e culturali, incluse questioni legate all’ambiente e alla povertà. La denuncia sollevata da Amnesty International è diretta, oltre che alle autorità competenti del paese, anche agli organi Internazionali, ricordano che secondo l’articolo 2 della Dichiarazione dell’ONU, tutti gli Stati sono obbligati a creare le condizioni necessarie per la tutela di chi si occupa dei Diritti Umani.

All’interno del protocollo ratificato da Amnesty vengono sollecitati i punti base di cui lo Stato deve farsi carico per fornire condizioni e protezione adeguata agli agenti sociali. «Difendere e tutelare la sicurezza di chi si impegna nel promuovere i diritti umani così come è enunciato nella Dichiarazione dell’ONU. Riconoscere la leggitimità del lavoro sociale. Penalizzare le autorità giudiziali e statali che non rispettano i vincoli nazionali ed internazionali in materia di sicurezza dei diritti umani».

Questi i punti fondamentali sui quali Amnesty International punta il dito come passo base per garantire un primo segnale di cambiamento. Nel protocollo sono riportati anche alcuni dei nomi degli attivisti rimasti vittima durante le loro battaglie. Qui di seguito vengono citati alcuni di questi casi.

Raul Lucas Lucia e Manel Ponce Rosas

Raul Lucas Lucia e Manel Ponce Rosas. Associazione OFPM, Organizacion para el Futuro de los Pueblos Mixtecos. Sequestrati il 13 febbraio del 2009. I corpi furono rinvenuti 7 giorni dopo il sequestro. Mani e piedi erano legati dietro la schiena. Ancora oggi non si ha notizia alcuna sui presunti sequestratori. Le indagini non hanno portato ad alcun risultato.

Aldo Zamora. Impegnato nella difesa del medio ambiente contro la deforestazione illegale nel Parco Nazionale di Lagunas de Zempola. Morì a soli ventuno anni il 15 maggio 2007 ferito da colpi d’arma da fuoco. Il fratello minore che era con lui in macchina quando fu raggiunto dagli spari riconobbe alcuni volti. La denuncia fu immediata, ma non furono presi provvedimenti sino al 24 maggio. Oggi, due dei quattro accusati, sono ancora in libertà sul territorio.

Fernando Mayen. Il suo corpo venne ritrovato nella sua auto il 12 marzo 2008. Resoconto, tre spari alla testa. L’uomo, avvocato, era impegnato nell’aiutare una comunità a promuovere una campagna contro le azioni arbitrarie delle autorità statali. La terra di questa comunità intralciava il progetto di convertire l’area in una discarica sanitaria, inquinando così la zona abitata.

Negare la protezione a queste persone vuol dire minare alla base il valore dei diritti umani e di tutte quelle popolazioni a minoranza etnica che ancora resistono sul territorio.

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Una risposta a Governo messicano: attacco a chi difende i diritti umani

  1. avatar
    ivan olivieri 15/02/2010 a 23:11

    se veramente vogliamo aiutare i popoli indigeni smettiamo di comprare legni esotici che uccidono la vita…ivan di maddalena

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