Gli affari di Vito Ciancimino

Nell’aula bunker dell’Ucciardone di Palermo si sta svolgendo il processo contro Mario Mori, ex colonnello dei  Ros. Massimo Ciancimino è il supertestimone dell’accusa e con le sue dichiarazioni sta facendo tremare, non solo mezza Palermo, ma anche una parte del mondo politico nazionale

di Sabina Sestu

Massimo Ciancimino

Sono 23 i verbali d’interrogatorio di Massimo Ciancimino già depositati in procura e il figlio dell’ex sindaco di Palermo sembra intenzionato a non fermarsi con le sue dichiarazioni. Una parte della procura di Palermo lo ritiene un testimone chiave, mentre l’altra è diffidente e lo giudica socialmente pericoloso. Di sicuro, con la sua testimonianza, sta facendo sussultare mezza Palermo e più di un personaggio dell’ambiente politico ed economico del nostro Paese. Il processo che si sta svolgendo nell’aula bunker dell’Ucciardone è a carico del generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu, i quali sono stati accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra in merito alla mancata cattura di Bernardo Provenzano nel 1995. Ed è proprio sui rapporti tra Vito Ciancimino e il boss Bernardo Provenzano che si basano, soprattutto, le testimonianze del figlio del defunto leader palermitano della DC.

Bernardo Provenzano

Ciancimino e Provenzano, entrambi originari di Corleone, vivevano nello stesso stabile ed lì che nacque la loro amicizia durata fino alla morte dell’ex sindaco di Palermo, avvenuta nel 2002. E, infatti, anche grazie alla protezione assicurata dal potere politico, Provenzano riuscì a sfuggire alla giustizia per ben 43 anni. Massimo Ciancimino parla, infatti, di una sorta di immunità territoriale che venne stipulata con i vertici politici e promossa anche dal padre del supertestimone. Mentre le forze dell’ordine cercavano il latitante, questi girava tranquillamente per tutta Italia, tanto è vero che possedeva un appartamento nientemeno che nella capitale dove si muoveva liberamente. Il figlio dell’ex sindaco di Palermo rivela gli intrecci tra mafia e politica, parla del “sistema” del padre per la spartizione delle tangenti: «Aveva creato un vero e proprio sistema  -  spiega  -  suo compito era quello di spartire le tangenti dei grandi lavori pubblici di Palermo fra i politici e Cosa nostra, sempre tramite Provenzano». Nella sua casa di Palermo, Vito Ciancimino, si era fatto installare  una linea telefonica riservata, per trattare i casi più delicati. Talune volte il figlio veniva incaricato di consegnare buste chiuse a Provenzano.

Negli anni ’70, dopo le inchieste e le denunce della Commissione Antimafia, Vito Ciancimino sposta i suoi investimenti lontano da Palermo. Il figlio racconta che: «Alcuni suoi amici di allora,  Ciarrapico e Caltagirone, ma anche altri costruttori romani gli dissero di investire in Canada dove erano in preparazione le Olimpiadi di Montreal. C’erano dei mutui agevolati per gli investitori stranieri». E parla anche dei finanziamenti mafiosi, in un grande investimento immobiliare nel nord Italia, effettuati assieme ai boss Bonura: «Una grande realizzazione alla periferia di Milano che è stata poi chiamata Milano 2».

Vito e Massimo Ciancimino

Il teste rivela anche i rapporti tra Ciancimino, Provenzano e  i servizi segreti, di cui faceva tramite un certo «sig. Franco o Carlo». Parla di un coinvolgimento di Ciancimino senior in fatti di cronaca importanti, come la strage di Ustica («affinché non si diffondessero certe notizie») e il caso Moro («per trovare il covo»). I tre si incontravano in un appartamento romano in zona via del Tritone.

Dura la replica di Niccolò Ghedini,  avvocato del premier e parlamentare Pdl: «Le dichiarazioni di Ciancimino su Milano 2 sono del tutto prive di ogni fondamento fattuale e di ogni logica, e sono smentibili documentalmente in ogni momento. Tutti i flussi finanziari di Milano 2, operazione immobiliare che ancor oggi è da considerarsi una delle migliori realizzazioni nel nostro paese, sono più che trasparenti e sono stati più volte oggetto di accurati controlli e verifiche. Tutte le risultanze hanno dimostrato la provenienza assolutamente lecita di tutto il denaro impiegato». Ghedini, poi, annuncia azioni legali perché parlare di «finanziamenti mafiosi è evidentemente diffamatorio».

Importante è anche il ruolo svolto da Vito Ciancimino nella fine delle stragi del ’92, compiute per ordine del boss Totò Riina. Il figlio Massimo dichiara, infatti, di essere in possesso del famoso “papello”, ossia delle richieste  dei Corleonesi allo stato per fermare le stragi in Sicilia e nel resto d’Italia. Ciancimino senior e Provenzano, anche in questo frangente, collaborarono con il misterioso Sig. Franco o Carlo dei servizi segreti italiani. Che sia la volta buona che si farà luce sui fatti di cronaca nera italiani?

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