Frontex, garanzia di sicurezza o di guadagno?

Il logo di Frontex

Dopo la tragedia di Lampedusa si parla molto di Frontex, l’Agenzia europea per la gestione della cooperazione internazionale alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Unione Europea. Più volte invocata dal presidente del Consiglio Letta, il Frontex appare quasi come una panacea, come l’antidoto a tutti i mali dell’immigrazione di massa verso i confini europei. Ma cos’è Frontex?

Questa agenzia che ha il suo centro nevralgico a Varsavia, in Polonia, ha lo scopo di coordinare il pattugliamento delle frontiere esterne, che siano aeree, marittime o terrestri, degli Stati della Ue. Quest’istituzione ha inoltre il compito di creare accordi con i Paesi di provenienza dei migranti per facilitare i rimpatri di chi ha varcato i nostri confini illegalmente. Fino a qui sembra tutto chiaro, ma la struttura di questo apparato è più complessa e non sempre del tutto trasparente.

Innanzitutto Frontex non è solamente il coordinatore delle azioni di pattugliamento e rimpatrio, ma possiede il suo settore operativo. Ad oggi l’agenzia dispone di 26 elicotteri, 22 aerei, 113 navi, 476 apparecchiature tecniche di ultima generazione tra cui radar mobili, video termici, sonde che misurano i tassi di gas carbonico emesso e detector del battito del cuore. Tutti questi mezzi servono perché in caso di necessità l’agenzia può intervenire direttamente per periodi limitati dove ci sia una richiesta dallo stato interessato.

Ma Frontex è anche altro, è l’anello di unione tra il mercato degli armamenti e dei sistemi di sicurezza da una parte e i Paesi extraeuropei da cui partono i migranti dall’altra. Come può un Paese senza mezzi militari avanzati tenere sotto controllo il flusso costante di clandestini in partenza? Comprando i suddetti mezzi da industrie europee con l’intermediazione di Frontex appunto. Non è chiaro a quanto ammontino i ricavati da questo tipo di business per le aziende produttrici, quello che invece è lampante è il continuo accrescimento del budget dedicato all’agenzia, dai 6 milioni di euro del 2005, agli 86 nel 2011 fino ai 285 milioni di euro per il periodo 2007-2013.

Come se non bastasse, il 14 ottobre scorso il premier finlandese Jyrki Katainen in un incontro con Napolitano e Letta, ha auspicato che vengano date più risorse dal bilancio comunitario a Frontex per rafforzare il controllo ai confini dell’Unione Europea. Inoltre sono stati sollevati dubbi, non tanto e non solo sulle norme europee che regolano l’immigrazione all’interno degli Stati membri, quanto sull’interpretazione e applicazione di queste leggi.

Il colonnello della Guardia di Finanza Mannozzi – alto ufficiale di Frontex – nel documentario radiofonico di Roman Herzog “Guerra nel Mediterraneo” spiega come i vari paesi dell’Ue si comportino in modo molto diverso pur seguendo le stesse norme. Mentre l’Italia normalmente appare più garantista pensando prima di tutto a mettere in salvo dei migranti in alto mare, è successo che altri Paesi, soprattutto la Germania, utilizzassero il “pugno di ferro”. Nel 2008 è capitato infatti che delle unità tedesche in servizio nel mediterraneo, abbordassero delle navi cariche di esuli privandole di viveri e carburante e costringendo di fatto quelle imbarcazioni a invertire la rotta. Una frase del colonnello Mannozzi è particolarmente esaustiva circa ciò che accade a largo delle coste: «Di quello che accade in mare non ci sono informazioni dirette e mai ci saranno».

Un ispettore di Frontex controlla un confine

Rispondendo al colonnello Mannozzi, il direttore esecutivo di Frontex Iikka Laitinen risponde: «Frontex è un coordinatore, facciamo piani operativi. Per l’applicazione dei piani operativi sono responsabili solo i singoli paesi e ogni singolo capitano che prende le decisioni. (…) La priorità è mettere in salvo l’equipaggio e questo significa farli tornare in sicurezza nei porti di partenza. A questo fine saliamo su i barconi per verificare la presenza di salvagenti, di acqua, di viveri e che dispongano di sufficiente carburante per tornare indietro e spieghiamo loro la forma migliore per risolvere il problema».

Continuando: «Se esiste un qualsiasi sistema legale per far tornare le persone che cercano di oltrepassare i confini illegalmente nei Paesi di provenienza, viene applicato. I singoli Stati interpretano però le leggi diversamente. Alcuni sono più disposti a respingere. Non dico che sia illegale, semplicemente interpretano la legge diversamente».

Se gli Stati che compongono l’Unione Europea hanno un modo di interpretare le leggi così diverso viene da chiedersi a che serva il compito di coordinamento di Frontex. E soprattutto, per cambiare la situazione, viene da chiedersi se non convenga investire nell’occupazione, nella stabilità politica e nello sviluppo dei Paesi di partenza dei migranti, piuttosto che vendergli armamenti.

 

Andrea Castello

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