Frankenweenie, la rivincita di Tim Burton

Frankenweenie Tim Burton

Locandina del film

Prendete un giovane e talentuoso ragazzo con la passione per il cinema espressionista tedesco e mettetelo a lavorare negli studios della Walt Disney Pictures. Dategli carta bianca, affidategli la direzione di un cortometraggio, e lui realizzerà Frankenweenie, che otterrà una nomination all’Oscar come miglior film di fiction. Nonostante il successo, il giovane regista sarà licenziato. Seguiranno grandi capolavori come Batman, Edward mani di forbice e Big Fish – Le storie di una vita incredibile.

Si potrebbe riassumere così la storia quasi paradossale di Tim Burton, un regista che ha influenzato l’immaginario di una generazione creando un proprio inconfondibile stile cinematografico dai tratti gotici e fortemente visionari. Dopo il licenziamento dalla Disney, egli colleziona un successo dopo l’altro, riuscendo ogni volta a creare mondi ed atmosfere fatte di magia e paura, ironia e malinconia, meraviglia ed inquietudine. Con il suo diciassettesimo cortometraggio, Burton regala al pubblico una versione estesa realizzata in stop-motion (così come fu La sposa cadavere nel 2005) del cortometraggio del 1984, nella quale si narra la vicenda di Victor, un ragazzo curioso con la passione per la scienza, e del suo cane Sparky. I giorni per i due scorrono tranquilli nella cittadina di New Holland, finché un giorno il piccolo Sparky  viene investito da un’automobile in corsa. Rifiutandosi di accettare la morte dell’amico, Victor decide di riportarlo in vita ideando un congegno che sfrutti l’elettricità dei fulmini. L’esperimento riesce, ma il segreto non rimane tale a lungo: a poco a poco gli amici del ragazzo si accorgono del “miracolo” e tentano, incuranti delle conseguenze, di riprodurlo, scoprendo a loro spese quanto sia rischioso usare la scienza per soddisfare egoistici bisogni.

Dopo un piuttosto deludente Dark Shadows, adattamento cinematografico dell’omonima serie televisiva statunitense degli anni ’70 uscito nelle sale italiane lo scorso 2012, con il bianco e nero di Frankenweenie Burton torna alle proprie origini, creando un film che elogia, attraverso innumerevoli citazioni, non solo i film horror da lui prediletti (tra cui Nosferatu e, ovviamente, Frankestein), ma quel periodo magico e fantastico che è l’infanzia, quella fase della vita in cui tutto è possibile, se solamente si crede ai propri sogni. Il piccolo e talentuoso Victor, che inseguendo le proprie passioni con amore e dedizione riesce nell’impresa di riportare in vita il proprio cane, ricorda un po’ il giovane Burton, che ha creduto nel potere delle proprie idee, riuscendo a creare mondi fantastici ed onirici con la forza dell’immaginazione, fino a guadagnare quella fama che gli ha permesso di riproporre alla Disney il concept che gli era costato il licenziamento, prendendosi così la sua rivincita.

Frankenweenie Tim Burton

Victor, il giovane protagonista di "Frankenweenie" di Tim Burton

Una rivincita riuscita piuttosto bene, che segna un nuovo inizio per il regista di Burbank, grazie ad una storia in cui scienza e fantasia si mescolano abilmente, con l’intento morale di ricordare che l’essere umano spesso non sa riconoscere i propri limiti ed incurante di ciò riesce a provocare con le sue azioni disastrose conseguenze. Spaventato da ciò che non comprende, egli perde la propria razionalità: è allora compito di quegli eroi invisibili, incompresi ed emarginati di farsi avanti per riportare l’ordine e mostrare un modo nuovo di vedere il mondo. E se, come afferma il maestro di Victor, «la scienza non è né buona né cattiva, ma può essere usata in entrambe le maniere», l’essere umano può essere docile o crudele: i film di Burton ricordano che per quanto il mondo faccia di tutto per rendere l’uomo miserabile, c’è ancora qualcuno con una forza tale da poter aspirare al bene, nonostante tutto.

David Di Benedetti

@davidibenedetti

[youtube]http://youtu.be/oZ_7ibdX43s[/youtube]

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