Forza Italia e le due destre al bivio

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Silvio Berlusconi

Non è solo l’ennesima polemica dentro Forza Italia quella che contrappone i ricostruttori guidati da Raffaele Fitto e Silvio Berlusconi e il suo entourage. Quella di questa settimane è una dialettica – si può dire – strutturale intorno a tutto il centrodestra italiano, la cui tunica è strappata in più parti. Gli eventi non fanno presagire – per le prossime tornate elettorali – niente di buono in un tutti contro tutti desolante: Brunetta contro Romani (sono i due capigruppo di Camera e Senato), Fitto contro Verdini, Alfano contro Salvini, Meloni contro Quagliarello, Berlusconi contro Fitto, centrodestra contro se stesso, diremmo con una battuta.

IL BIG ONE DELLA CRISI – Per poter capire il dramma di Forza Italia bisogna risalire al giorno zero, il vero big one che ha cambiato la narrativa politica italiana e cioè la decadenza a senatore di Berlusconi in virtù della Legge Severino come effetto della sentenza definitiva della cassazione. L’uscita parlamentare – giusta o sbagliata che sia – del leader dell’opposizione e la scissione del partito da parte dell’Ncd di Alfano avrebbe dovuto consigliare l’avvio di una nuova startup politica con l’indizione di primarie le quali avrebbero ricostruito quell’area chiedendo alla base elettorale una nuova strategia e una nuova leadership. Invece – come sappiamo – è avvenuto esattamente il contrario con Forza Italia tenuta dal patto del Nazareno ( e non il contrario come si constata), un pezzo di essa (Ncd) al governo di coalizione con il Pd e una lega libera di conquistare consenso con le sue battaglie iperboliche, per dirla con un eufemismo. Sta tutto lì l’errore a monte che ha inanellato una trafila di conseguenze a valle: la debacle all’europee (solo il 16,82%), la sconfitta alle amministrative con molti comuni persi e – da ultimo – la goffaggine tattica per la presidenza della repubblica.

TANTO METODO, POCO MERITO – In quest’ultima occasione ci si è concentrati politicamente sul metodo (la mancata terna offerta da Renzi) dimenticando il merito (elogi di circostanza a Mattarella) compiendo l’ennesimo granchio strategico: anche perché mandare a carte e quarantotto l’unico forno di negoziazione politica con il premier forte del Pd cercando di stare al gioco delle riforme si può considerare come l’atto ulteriore di uno smarrimento che – comunque vada – può far bene catarticamente al centrodestra. Solo la consapevolezza del suo essere in frantumi può avviare una stagione nuova di ricomposizione del quadro e mettere ordine nel partito di Berlusconi il quale deve decidere se essere una destra di governo alternativa a Renzi oppure una destra di lotta senza pretese come quella di Salvini. In tutto questo vediamo interi ceti sociali che abbandonano la rappresentanza berlusconiana, la quasi totalità delle regioni (se si esclude il Veneto, una ridotta lombarda e qualche macchia nel Sud) in mano al Pd, un’opinione pubblica frastornata e profondamente a disagio che scappa verso il riformismo renziano. Fa bene – dicono molti analisti – Raffaele Fitto a condurre una battaglia di autoriforma del centrodestra secondo un principio condivisibile per il quale bisogna ridiscutere tutto dalle fondamenta: leadership, contenuti, strategia, appeal con l’elettorato.

 

Le ultime schermaglie per le prossime regionali in Veneto e Campania sono invece il segno del perseverare nell’errore. E come dice Battista sul Corriere giorni fa, si rischia altrimenti che «il bipolarismo italiano si trasformerà in monopolarismo, e una democrazia ha bisogno di almeno due competitori per essere sana e vitale. Perciò la dissoluzione del centrodestra riguarda l’intera politica italiana. Non una questione interna alla galassia tardo-berlusconiana, ma un problema dell’intero sistema. Se vogliamo ancora il bipolarismo».

Giuseppe Trapani

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