Fornero: bisogna alzare i salari. Ichino: l’allarme sull’art.18 è privo di senso

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Elsa Fornero e Susanna Camusso

Roma – ‹‹Bisognerebbe riuscire ad aumentare i salari perché sono bassi e non è cosa che ci sfugge››. Così ha parlato il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, al Senato. ‹‹Conosciamo il divario nella distribuzione dei redditi che è cresciuto negli ultimi 15/20 anni. La mia sensibilità è totale, dopodiché le cose bisogna cambiarle››.

Il ministro Fornero rimane convinta che la strada per uscire dalla crisi sia la riforma dell’articolo 18, con la quale si potrebbe rendere più facile il licenziamento dei lavoratori ed invogliare le imprese ad assumere senza più deleteri contratti a tempo determinato. Da qui lo scontro con le parti sociali.

Governo, sindacati ed imprese esprimono – singolarmente – assenso o dissenso per le parole del ministro, che dal canto suo è pronta a concedere ‹‹disponibilità piena›› al dialogo ma avverte che, non ci possono essere ‹‹terreni inesplorati››. La riforma del mercato del lavoro è, dunque, necessaria per le famiglie e le nuove generazioni perché ha aggiunto Fornero: ‹‹le cose vanno cambiate››.

Ma i sindacati non ci stanno e su twitter la Cgil commenta irata l’intenzione di abolizione l’art. 18. Il segretario generale Susanna Camusso, non lesina critiche alla Fornero e al presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, che si era detta pronta al dialogo senza “totem”. ‹‹Il vero “totem” è pensare che la recessione si possa superare cancellando l’art 18››, scrive il leader della Cgil e aggiunge sul network ‹‹in Italia la stragrande maggioranza delle imprese è sotto i 15 dipendenti e quindi non è tenuta ad applicare l’art 18››. ‹‹Se qualche economista o giuslavorista volesse spiegarci la necessità di cancellare l’art. 18 dopo queste verità oggettive, lo ascoltiamo››. ‹‹In Italia – continua Camusso – la libertà di licenziare una persona per fondato motivo esiste. Guardate i tribunali: non sono intasati di cause art. 18. Così come esiste la libertà di licenziare collettivamente. E’ ampiamente praticata in centinaia di casi che cerchiamo di governare››. ‹‹Sembra quindi – conclude la Cgil – che tema cancellazione dell’art. 18 sia solo un pretesto antisindacale››.

‹‹Non capiamo che attinenza abbia l’art. 18 rispetto ai problemi dei giovani o dell’occupazione. E’ una norma che serve solo a non far commettere abusi alle aziende. Toccandolo si mette a rischio la coesione sociale, e senza coesione sociale una società sbrindellata come quella italiana va in pezzi››. Così sul tema il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, intervistato da Agorà, (Rai3): ‹‹Io sfido la Fornero a discutere come alzare il salario ai flessibili e di come il governo debba incentivare fiscalmente e con altri strumenti questa possibilità, questo significa andare incontro ai giovani››.

‹‹Le priorità di questo paese devono essere la crescita, lo sviluppo e il lavoro. Anche per questo diciamo: nessuno tocchi l’articolo 18››.

Anche il Segretario generale dello Spi-Cgil, Carla Cantone, esprime il proprio dissenso in un articolo pubblicato oggi su L’Unità ‹‹Il tema prioritario – dice Cantone – non può e non deve essere la cancellazione dei diritti, in un paese dove ci sono 2 milioni di disoccupati e oltre 5 milioni di persone che vivono in una condizione di precarietà occupazionale››. ‹‹Il paese ha bisogno di altro – ha concluso la Cantone – di meno disuguaglianza e di una maggiore giustizia sociale. Il sindacato dei pensionati non rinuncerà ne oggi ne domani a rivendicare il diritto a vivere in un paese migliore, più giusto e più equo››.

A tutti i sindacati in assetto di sommossa, risponde il senatore del Pd, giuslavorista ed ideatore di una riforma del Lavoro sul modello danese, Pietro Ichino, che al Sole 24 Ore sostiene come l’allarme sull’articolo 18 “non ha senso”. La riforma riguarderà solo i nuovi rapporti di lavoro e le tutele saranno nel contratto unico. L’articolo 18 si applicherebbe ‹‹a tutti i nuovi rapporti di lavoro dipendente, in materia di licenziamenti discriminatori. La norma raddoppierebbe il campo di applicazione: oggi nell’area del lavoro precario non si applica. Per i licenziamenti da motivo economico od organizzativo, invece, il controllo giudiziale sul motivo stesso verrebbe sostituito dalla responsabilizzazione dell’impresa nel passaggio del lavoratore al nuovo posto››. Continua Ichino: ‹‹Uno dei cardini della riforma – sottolinea Ichino – deve essere l’estensione a tutti del trattamento speciale di disoccupazione, pari all’80% dell’ultima retribuzione per il primo anno dopo il licenziamento. Per questo primo anno il trattamento completamente a carico dell’impresa sarebbe minimo: il 10% di differenza per arrivare al livello danese. Che aumenterebbe all’80% nel secondo anno, tutto a carico dell’impresa, ma solo se non sarà riuscita a ricollocare il lavoratore entro il primo anno››.

Chantal Cresta

Foto || ansa.it

 

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