Fmi: il Brics tuona per il dopo Strauss-Kahn e l’Occidente trema

dominique strauss-kahn

Dominique Strauss-Kahn / ansa

Washington – Tenete a mente questa sigla perché ne sentiremo parlare sempre più spesso: BRICS. L’acronimo indica le  iniziali dei Paesi emergenti Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa ed essi si possono ormai considerare il Nuovo Mondo del mondo.

La via dello sviluppo – Gli ex paesi in via di sviluppo, infatti, sono sempre più sviluppati e anche se il loro reddito procapite non è ancora paragonabile a quello Occidentale, questo mostro economico a 5 zampe vanta un imponente produttività su scala globale. Quindi conta. E non manca di farlo notare agli organismi mondiali. Tanto è vero che appena si è liberata la poltrona di presidente del Fondo Monetario Internazionale, i magnifici 5 si sono fatti avanti. Vediamo di riassumere.

Fmi – Fino a pochi giorni fa, il presidente del Fondo era Dominique Strauss-Kahn, lo stesso brillante economista e politico con parecchie difficoltà a gestire gli istinti sessuali, accusato ora di stupro negli Stati Uniti. Inevitabili, dunque, le sue dimissioni arrivate il 20 maggio scorso, che hanno provocato la malcelata eccitazione dei 187 Paesi Membri appartenenti al Fmi, i quali hanno iniziato a snocciolare nomi per il successore.

Ora, storia vuole che Fmi, il quale incamera anche la Banca Mondiale, sia stato sempre appannaggio di direttori europei fin dal 1946, anno di fondazione. Una sorta di patto con l’alleato USA, al quale da sempre tocca la cadrega della Banca Mondiale. L’accordo è granitico soprattutto perché Fmi, tra i vari oneri, ha anche quelli di rendere più celere l’espansione del commercio internazionale e promuovere la stabilità dei rapporti di cambio da svalutazioni troppo competitive. Attività che sempre hanno avvantaggiato i paesi economicamente più forti, cioè quelli occidentali.

Naturale, dunque, che l’Europa tenga a rispettare la tradizione. Ancora più logico che la Francia – in cerca della reputazione perduta causa Kahn – abbia presentato la sua candidata, Christine Lagarde: esponente di destra, 4 volte ministro in vari settori dell’Economia francese nonché, secondo Forbes, una delle 100 donne più influenti del mondo. Insomma, i titoli alla signora non mancano. Tanto più che sarebbe la prima donna a sedere sullo scranno del Fondo e, infatti, quasi tutta l’Europa ne sussurra il nome (unica eccezione, la Germania di Angela Merkel, ancora seccata per il primo posto alla Bce assegnato al nostro Mario Draghi, che sperava di rifarsi con il Fondo).

Quindi tutti contenti? No. I Paesi emergenti non ci stanno a essere messi da parte per l’ennesima volta in 70 anni, innanzitutto perché  i tempi sono cambiati: il Brics produce, esporta, detiene materie prime, risorse energetiche (tra cui il nucleare) ed alimentari. Senza contare altri elementi determinati.

Uno – Gli Stati Brics nel 2010 hanno aumentato la loro partecipazione finanziaria nel Fondo. Essi possiedono una buona riserva valutaria che è stata disposta dal Fmi, proprio per consentire a quest’ultimo di accedere a maggiori risorse al fine di aiutare altre nazioni (europee) in difficoltà. Una per tutte è la Grecia, il dente dolente in zona Eurogruppo che se dovesse fallire – e la possibilità non è così peregrina – trascinerebbe altri Stati del Vecchio Continente con sé e potrebbe frantumare l’Unione. Non a caso Strauss-Kahn, prima delle follie in camere d’albergo, stava lavorando a un piano di recupero del paese ellenico tentando di convincere i Membri più scettici che un altro sostegno da parte del Fondo sarebbe stato sufficiente a ristabilire le sorti della Grecia.

Adesso le condizioni sono cambiate. Venendo a mancare la voce autorevole di Kahn, il Brics ha alzato la

christine lagarde
Christine Lagarde /ansa

propria e non accetta che buona parte delle risorse di sostegno vada all’Unione. Preferirebbe che si spostasse l’attenzione sull’Africa, l’Asia e l’America Latina.

Due – Gli Stati Uniti non si oppongono. O meglio non lo possono fare perché anche loro non godono più di una moneta solida e un’economia stabile. Al contrario, hanno dovuto aumentare la quantità di debito pubblico sul mercato: circa il 10% del loro Pil. Gli USA, dunque, non sono più degli interlocutori indipendenti e devono rassegnarsi ad accettare il nuovo equilibrio di gioco-forza con i Paesi emergenti. E per gli USA, il primo tra tutti è certamente l’America Latina.

Tre – Il Brics è già dotato di nomi eccellenti che potrebbero aspirare alla sedia del Fmi. Peccato, però, che la nomina sia ancora decisione esclusiva di Usa, Giappone, Germania, Regno Unito, Francia e in parte anche Italia, ovvero di quegli Stati con il più alto numero di quote associative prima del nuovo assetto con il Brics (per capirci: attualmente il nostro paese si assesta sulle 7055.5 quote, laddove la Cina ne possiede 8090.1).

Dunque, come finirà? Probabilmente finirà come tutti già prevendono: l’Europa si aggiudicherà la prossima nomina. Non ne può fare a meno, neppure se volesse e non lo vuole. Soprattutto in un momento finanziario così delicato per i destini dell’Occidente. Ma tra 5 anni occhi aperti: ne vedremo delle belle.

 

Chantal Cresta

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