Finanziaria: i tagli (non) previsti dell’antipolitica

Ministro dell'Economia, Giulio Tremonti

Roma - C’è uno spettro che si aggira per l’Italia. Lo spettro dell’antipolitica.
Così tuonerebbe Karl Marx di questi tempi, ed oggi ancora di più, all’indomani dell’approvazione da parte del Consiglio dei Ministri della manovra finanziaria prevista per il prossimo quadriennio.
Si sa che l’esito del referendum del 13 giugno non può bastare. Sarebbe un grave errore dare ad esso maggior valore di quello che ha, pensando che quel pur importante, pur storico 57%, possa rappresentare, da solo, la tanto sperata guarigione definitiva dalla malattia dell’antipolitica.

Questa, infatti, per essere sconfitta deve essere combattuta con due strumenti, diversi ma complementari, l’uno in mano al cittadino, l’altro in mano al politico.
Il primo strumento è la partecipazione: l’interesse del singolo che vince sull’indifferenza. L’impegno che vince sulla critica esclusivamente distruttiva e la speranza di un cambiamento che vince sulla depressione dell’immobilismo, secondo il motto: “tanto non cambia nulla”. Il cittadino, partecipando al referendum, ha dimostrato che sta facendo la sua parte. E il politico?

Egli, per riacquistare la fiducia persa, non ha che una sola strada da seguire, quella della buona politica, l’altro semplice strumento per combattere l’antipolitica.
Purtroppo, sembra che i nostri signori governanti non abbiano capito questa basilare “legge della ragion di Stato”.

Qualche giorno fa rimbalzava la notizia che il ministro dell’ Economia, Giulio Tremonti aveva dedicato una parte intera della riforma ai tagli dei costi della politica. Salutato da alcuni come esplosivo, il disegno di legge prevedeva misure che, per una classe dirigente arroccata da anni ai suoi privilegi, non era azzaradato definire “rivoluzionario”. In questo si proponevano tagli ai contributi dei partiti; riduzione degli stanziamenti della Camera, del Senato e di altri “organi costituzionali” così come degli “organi di rilevanza costituzionale”. Inoltre, il ridimensionamento, a partire dalle prossime nomine, “dei compensi pubblici erogati a qualsiasi titolo e a qualsiasi livello”, cioè per  tutti, dai parlamentari in giù, fino ai consiglieri regionali e i funzionari pubblici (si rammenta che i parlamentari italiani guadagnano, tra indennità, diaria ed altre voci, circa 180 mila euro all’anno: il secondo Paese europeo in ordine per ammontare degli stipendi è l’Austria, con poco più di 100 milioni, e la media europea è di 54 milioni annui).

Era previsto anche un contributo di solidarietà sulle pensioni più ricche (pari al 5 per mille su tutte le pensioni 20 volte superiori alla minima). Ancora. Una riduzione del 50% dello stipendio governativo per tutti i ministri parlamentari e il taglio dei benefit dopo la cessazione dell’incarico, quindi niente più auto di servizio, segreterie, uffici e telefoni. Stop a pensioni e vitalizi (nel 2009 Camera e Senato hanno speso, solo per gli assegni degli ex onorevoli, oltre 198 milioni di euro) e tagli anche agli aerei blu. Infine, si stabiliva l’election day obbligatorio, nel caso di concomitanza tra consultazioni elettorali e referendum (quest’anno avremmo risparmiato 400 milioni di euro).

Sergio Rizzo, noto giornalista anti-casta, lanciava sulle pagine del Corriere questo appello: “Tremonti non deve essere assolutamente lasciato solo da chi ha a cuore le sorti del Paese”. Gli fecero eco in tanti: “in questo momento delicato, il nostro ceto politico deve recuperare spessore morale e dare l’esempio” (Carlo Carboni sul Sole 24ore); “mi aspetto un taglio dei costi della politica, perché non puoi chiedere sacrefici al Paese e poi mantenere la casta” (Marcegaglia al Corriere). Ma quelli che avrebbero dovuto ascoltare il giornalista, gli han girato le spalle: ‹‹Senza la riduzione dei costi della politica – iniziava Tremonti davanti ai ministri – non entri nella stanza della manovra: non puoi chiedere se non dai, non puoi ridurre se non autoriduci››.

Dunque  i saggi, dopo una lunghissima riunione, decisero. Oggi, leggiamo il responso: adeguamento dei costi della politica “alle prassi europee”: tenendo fermi i diritti acquisiti, si prenderà in considerazione la media, non già europea, bensì dei “sei grandi Paesi dell’area euro”. Tagli agli aerei di Stato e alle auto blu; election day, ma solo per le elezioni nazionali ed amministrative. Tagli del 10% al finanziamento dei partiti, riduzione (di quanto non si sa) dello stipendio dei ministri. Il tutto, a partire dalla prossima legislatura.

Ora, non è un po’ poco rispetto a quanto il ministro Tremonti aveva proposto? Dov’è finito il contributo di solidarietà? I tagli ai benefit, ai vitalizi e alle pensioni? E le riduzioni degli stanziamenti previsti per gli organi costituzionali?
E perché il  rinvio alla prossima legislatura? Il nostro Paese può forse permettersi il lusso di scegliere se risparmiare, o no? Se risparmiare oggi, oppure domani?

In tutto questo, è importante capire una cosa: che l’antipolitica, la rabbia, la sfiducia che i cittadini hanno di questa politica, viene da lì: “dalle posizioni di indecente privilegio e dai costi altrettanto indecenti che i partiti politici hanno imposto al Paese” (così Bedeschi sul Corriere).

D’accordo, c’è la crisi di cui non ha colpa solo la destra. Tuttavia, l’antipolitica viene essenzialmente da tanti sprechi di denaro e per cosa, poi? Per non poter garantire al cittadino di arrivare a fine mese? Per non potergli offrire un futuro? Per non poterlo deliziare con nient’altro che risse, meschinità e squallidi teatrini di corte?

Lo Stato paga ogni anno agli onorevoli la bellezza di un monte stipendi che va dai 13 ai 17,5 miliardi di euro. A fronte di cosa? “Di performance di governo e servizi resi che – come ricorda Carboni sul Sole 24ore – da anni la popolazione percepisce negativamente e con risentimento verso i miracoli promessi e disattesi”.

Forse è vero ciò che dice Michele Ainis, “quando i riformati coincidono con i riformatori, ben difficilamente la riforma vedrà la luce”. Tuttavia, ci si aspettava di più da questa manovra finanziaria. Il cittadino, ancora una volta, si aspettava di più perché egli, spesso più saggio di chi deve governarlo, sa che comandare non vuol dire nascondersi, ma scendere in prima fila. Esporsi al pericolo, affrontare senza indugio le difficoltà e dare l’esempio, per primi.

Ci si aspettava che il politico facesse un passo indietro, assumendosi le proprie responsabilità. Bastava anche poco, forse, ma quel tanto da far percepire al cittadino che, in questa crisi, egli non è solo e che il suo comandante non scappa, non si nasconde. Al contrario è lui ad aprire la strada e a dare l’esempio.

Questo sarebbe stato un atto di buona politica, poiché se è da questi privilegi che deriva l’antipolitica, è da li che si sarebbe dovuti ripartire. Ma il politico, ancora una volta, non ha voluto fare la sua parte.
Ed oggi, quello spettro fa più paura.

Tommaso Tavormina

Foto || fanpage.it


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