Fiat: dopo l’acquisizione storica di Chrysler, si cambi marcia

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Fiat e Chrysler hanno raggiunto un accordo che secondo alcuni finirà nei libri di storia

ROMA - L’acquisizione dell’intero pacchetto di azioni della Chrysler da parte della Fiat (il 41,5 % che ancora gli mancava per completarne il controllo) e per mano di Sergio Marchionne  è, a detta di molti – tra cui l’erede di Agnelli John Elkann e lo stesso Ad di Fiat – un risultato storico.

FIAT SALVA MA VIENE ANCHE SALVATA - Ed è probabilmente vero, visto i numeri che davano l’azienda di Torino in grande difficoltà, molte peggio della stessa Chrysler: 862 milioni di dollari di profitti nel penultimo trimestre scorso per l’azienda di Detroit contro solamente i 27 di Fiat, e le prospettive non eccessivamente rosee nemmeno per i prossimi mesi, per via della svalutazione della moneta statunitense e brasiliana, del recente calo di profitti e della pressioni sui prezzi da parte dei marchi concorrenti. Fiat infatti va particolarmente forte solamente in questi due mercati, oltre a quello italiano, e questo per lei rappresenta sicuramente un limite di competitività a livello globale. Anche lo stesso mercato europeo in questa prospettiva non ha troppo da offrire, per cui è persino probabile – a detta di molti – che ci si dovrà rivolgere verso il sol levante, cioè i mercati asiatici.

Oltre a questo nel 2012 Fiat perdeva ben 700 milioni di euro, e il debito nel 2013 si aggirava sugli 1,7 miliardi. Insomma, un galleggiamento piuttosto rischioso. Anche la casa americana però vive tutt’ora una situazione di default, sotto controllo dell’amministrazione Obama ormai dal 2009, e con 8,3 miliardi di debito nello stesso terzo trimestre di cui sopra.

E pensare invece che con questa acquisizione il gruppo che si è formato viene considerato il settimo al mondo nel suo settore. Niente male quindi: è vero che l’indebitamento salirà, ma i ricavi previsti sono di 88 miliardi di euro e l’utile di 1,2 miliardi. L’obiettivo comune resta perciò sempre e comunque solo uno: crescita, sviluppo e innovazione. Quindi al via con la creatività, il design, il rilancio delle idee. E aprirsi ad un nuovo piano industriale, che punti fortemente anche all’Italia e sempre in vista di successi possibilmente misurabili, e quindi di guadagni sistemici per il Paese. È vero che il mercato è inevitabilmente sempre più globale, ma l’industria dell’auto è un pezzo fondante e insostituibile, e lo è ancora di più in una nazione dalla tradizione costruttrice come l’Italia. Inoltre il manifatturiero ha bisogno di complementarietà, e perciò non può scollegarsi dai servizi, che a loro volta creano integrazione e che spesso nel nostro Paese un pochino scarseggiano.

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Sergio Marchionne al volante di una Fiat

I DETTAGLI DELL’ACCORDO E LE PROSPETTIVE PER IL FUTURO - L’accordo raggiunto prevede un pagamento da parte di Chrysler nei confronti di tutti i soci di 1,9 miliardi di dollari, e il resto (1,75 miliardi di dollari) verrà messo da Fiat, denaro liquido che Marchionne aveva diligentemente conservato, gettando l’occhio un po’ più avanti del circondario. Ma il colpo d’ingegno dell’amministratore abruzzese è stato in realtà quello di usare – oltre a quelle appena menzionate più altri 700 milioni da dilazionare nel tempo –  le risorse della stessa società americana, per mezzo dell’utilizzo di un dividendo straordinario che finirà a Veba, il fondo pensione sanitario per gli ex-dipendenti che di fatto controllava tutta la percentuale della società acquisita da Fiat. In questo modo Marchionne è riuscito a prendere il controllo di tutta l’azienda americana, e tutto ciò mettendo relativamente poco di tasca propria.

A questo punto cosa resta da fare per Fiat? Beh, innanzitutto dare un segnale forte e chiaro ai propri lavoratori, e ai sindacati sempre dietro alla porta in attesa di essere rincuorati. L’accordo raggiunto non potrà dare altro che maggiore respiro all’azienda, e quindi anche alle situazioni dei lavoratori. Ma si attende comunque da tempo la vecchia mano sulla spalla, o meglio la sicurezza per i migliaia di lavoratori, compresi quelli ancora sotto la grande culla dell’assistenzialismo. Per ora le sedi del Lingotto e Mirafiori restano lì dove sono, ed anche per le altre location più periferiche dovrebbe essere così, ma è sempre meglio usare il condizionale, perché non si sa mai. In ogni caso le posizioni di Marchionne e le scelte effettuate in passato hanno infine dimostrato che forse anche lui aveva la sua buona parte di ragione, che magari anche lui la sa più lunga di quanto lasci intendere. Marchionne è un uomo all’inglese, ma poi nemmeno troppo, si direbbe più un no man’s land, un senza terra che ragiona con logiche pragmatiche e globali e cerca di adattarsi come può alle asperità della sua terra, quella che lo ha cresciuto e che tutt’ora lo paga.

Cosa resta dell’Italia: il prodotto. Su quello in particolare – un po’ bizzarro dire che in fondo è il punto centrale della questione – c’è da spingere a testa bassa, magari rivolgendosi sempre più verso il settore del lusso. L’industria italiana ha bisogno di un futuro luminoso, e quindi di grande personalità e carattere. Perciò è necessario un cambio di rotta, deciso, e di portare avanti questa situazione che finalmente ci sembra più luminosa. La chiusura dell’operazione è prevista per il 20 gennaio, e da qui ad allora di tempo ce n’è. Sarà soltanto in quel momento che rischieranno di emergere i problemi relativi alla produzione e al ridimensionamento delle sedi, e forse si troverà di cui discutere. In ogni caso, avanti tutta e in bocca al lupo. Per Fiat, ma si spera anche per l’Italia.

Francesco Gnagni

@FraGnagni

Foto: www.romasettimanale.it ; www.isoladeicassintegrati.com

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