Festival Internazionale del Film di Roma: positivo il primo atto

ROMA – Si apre “col botto” la settima edizione del Festival Internazionale del Film di Roma. Animi subito scossi e turbati (nel vero senso del termine) a causa della saggia ma terrificante miscela di generi che il giapponese regista di culto Takashi Miike ha fornito ai presenti in sala per tramite delle controverse, ultraviolente ma minuziosamente perfette immagini del suo nuovo Il canone del male (Lesson of evil), 130 minuti di continuo andirivieni iniziale tra genere drammatico, thriller psicologico e horror che non ci pensa una volta e mezza a trasformarsi in un repentino splatter urbano nel momento in cui la storia di Hasumi, stimatissimo e apparentemente simpatico ed umano professore liceale di lingua inglese, sovverte diametralmente il proprio rapportarsi ai suoi studenti, rei di “impurità” tra rapporti omosessuali, imbrogli alle prove d’esame o bullismo d’occasione. Potenzialmente uno dei film più violenti e terrificanti mai girati nella storia di un certo cinema “filo-pulp” recente. Di sicuro per stomaci forti, ma consigliato senza dubbio agli appassionati di cinema puro in quanto vera e propria esplosione di potenza da grande schermo. Probabile candidatura come miglior regia.

La giornata d’apertura, però, su ben altri fronti, è stata simbolo anche di un importante ritrovo collettivo tra quattro delle migliori personalità registiche in campo prettamente autoriale, in questo caso al servizio della sezione Cinemaxxi dedicata a nuove esperienze di rinnovato linguaggio cinematografico. Aki Kaurismaki, Pedro Costa, Victor Erice e il centenario (ma in salute) Manoel de Oliveira hanno, infatti, dato alla luce Centro Històrico, assemblaggio di quattro cortometraggi magistralmente diretti ed interpretati su vari fronti tecnico-linguistici: dalla corposa e provvidenziale assenza verbale insita nell’oste che Kaurismaki dipinge in senso malinconico, diseredato, squattrinato e immobile in un passato che non è dato conoscere quanto percepire, si passa bruscamente agli esperimenti concettuali di un Costa che rispolvera Ventura, anziano protagonista del suo Juventude em Marcha del 2006, per amplificare il senso di oscura dispersione interiore legata alle crisi di coscienza che l’uomo (sia il povero Ventura che l’essere umano in senso generale) non può non affrontare nel continuo confronto con il suo passato, l’inaccettato presente e il vagamente (se ancora esiste) ipotizzabile spiraglio di futuro. Erice pretende profonda riflessione umana nel suo episodio dedicato a quella che fu una delle più grandi ed importanti industrie tessili d’Europa (denominata “la fabbrica dei vetri rotti”) attraverso uno spaccato da docu-fiction per una serie di “appunti” derivanti dalla narrazione diretta di superstiti della fabbrica in questione, chiamati ad esprimere i loro ricordi in maniera diretta e quanto più personale possibile, esperimento che lascia trasalire il profondo senso di distacco con la propria (ancora una volta) storia particolare in rapporto con il proprio più o meno evidente senso di appartenenza con i luoghi e i tempi vissuti. Tutti uniti, dunque, sotto l’insegna del concetto di “centro storico” inteso coscienziosamente sia per quanto riguarda il contesto geografico territoriale (il Portogallo come sfondo di ogni singola vicenda descritta) che per ciò che concerne il nucleo di ciò in cui consiste il senso stesso dell’appartenere ad un’esistenza (quella umana) dotata di anima e corpo, entrambi martoriati dalla propria personale condizione terrena. Chiude il film, poi, il maestro de Oliveira con il suo particolare concetto moderno di “conquista”, in questo caso non spirituale, non storicamente materiale, bensì ironicamente posta in essere da un folto gruppo di turisti in una piazza secolare.

Spazio anche alla sezione Fuori Concorso, fucina anch’essa di (perché no) potenziali nuovi tentativi di rinnovamento per un linguaggio cinematografico comunque sempre in divenire, anche se, qui, con maggior cautela narrativa) con Aspettando il mare di Bakhtyar Khudojnazarov, etichettato come il Kusturica filosovietico e già regista di culto nel proprio paese per film come, su tutti, Luna Papa e Pari e patta. In questa sede, però, si amplifica il concetto (comune, a quanto pare, a diverse pellicole) di appartenenza sia personale che territoriale grazie alla storia di un capitano di peschereccio, Marat, che, ritenuto colpevole dell’affondamento della sua nave e della rispettiva morte di tutto l’equipaggio, compresa la moglie, a causa di  una apocalittica tempesta di sabbia che inghiotte e ricopre letteralmente l’acqua del mare trasformando il tutto in un deserto di sabbia e sale, torna al suo paese d’origine perché convinto di poter ritrovare la sua nave e, in qualche modo tutto personale ed interiore, tutti i membri che erano con lui in quel giorno maledetto. Forse, sono notevoli alcune analogie tematiche con il ben noto Fitzcarraldo di Werner Herzog, almeno nelle intenzioni metaforiche di personaggi e diretto autore. Nel complesso, un’ottimo film sul senso del divenire inteso come necessità estrema di tornare a credere nell’esistenza di un senso capace, univocamente, di delineare le esistenze terrene di una così come di milioni di persone.

Quanto, infine, nuovamente alla sezione Cinemaxxi, si è distinto per assoluto pregio visivo il documentario A walk in the park ad opera di Amos Poe, israeliano naturalizzato statunitense nonché rappresentante di spicco della cosiddetta “New Wave” cinematografica newyorkese e detentore di una capacità di trasposizione iperrealista del reale stesso proprio grazie al genere realista per eccellenza come il documentario, seppur utilizzato nella sua sovversione da “reale finzione”. Seguendo, allora, le orme del quarantenne Brian, reduce da una vita intera trascorsa sotto l’effetto di farmaci d’ogni sorta, con accanto una madre tanto apprensiva da renderlo parallelo al più ben noto Norman Bates hitchcockiano, Poe riesce a fare della trasposizione digitale il fulcro portante di una narrazione allucinata tanto quanto il narratore stesso per tramite di split screen, rielaborazioni in pura fiction ai limiti dell’universo lynchiano, sagome oscure, silhouette ombrose e sovraimpressioni multiple (doppie, triple, talvolta quadruple o tradotte in quadri nel quadro) utili a trapiantare nella psiche dello spettatore quasi il medesimo “trip” vissuto dal soggetto principale in oltre quarant’anni di non-vita. Metalinguisticamente superlativo, perciò assolutamente notevole e lodevole.

Nella sostanza, dunque, le prospettive, in questa prima interessantissima turnata capitolina, sembrano essere molto buone. Proseguiamo serenamente nella nostra visione d’insieme per ulteriori accertamenti.

Stefano Gallone

 

A breve, il primo di una serie di video raccolti  sul luogo per documentare visivamente, fin dove possibile, la kermesse ed esprimere maggiori considerazioni critiche in merito alle pellicole visionate. 

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