Festival Internazionale del Film di Roma 2012: prime note stonate

Alexey Fedorchenko, regista di "Spose celesti dei Mari della pianura"

ROMA – Come ogni festival che si rispetti, quello di Roma, specialmente (come abbiamo già accennato più volte) sotto la direzione del buon Marco Mueller, offre una proposta qualitativa comunque ben superiore rispetto ad almeno la metà delle edizioni precedenti. Ma, proprio come ogni festival che si rispetti, o proprio come ogni festival e basta, le prime note stonate non tardano ad arrivare. Niente di nuovo, dunque. Anzi, sapevamo già di trovarci di fronte ad opere che ci avrebbero convinto poco se non per niente. Eppure non avremmo voluto constatare un dato di fatto che instaura un legame, più che altro, artisticamente burocratico con le turnate degli anni passati.

Fa specie, cioè, almeno fino a questo momento (è chiaro), vedere una certa percentuale di non sufficiente gradimento confluire nella sezione dei film in concorso per il Marc’Aurelio principale. Certo, per esperimenti e avanguardie d’ogni sorta c’è, come c’è sempre stata, una sezione a parte (la nostra tanto amata Cinemaxxi) ma, almeno a umile e sincera considerazione dello scrivente, appare abbastanza difficile spiegare il motivo della presenza, nella gara ufficiale (sempre fino a questo momento, sia ben chiaro) di almeno un paio di pellicole che ben poco, onestamente, hanno a che vedere con il concetto di cinema sinonimo di qualità totale.

Appunto: stabiliamo una volta per tutte cosa intendiamo quando parliamo di cinema di qualità totale. Innovazione linguistica? Affermativo. Coraggio nello sperimentare, possibilmente a buon fine, le possibilità che tale innovazione può dare alla capacità, del film che ne fa uso, di conferire messaggi di importanza varia (che sia umana, sociale o quanto altro)? Anche. Pare di capire, però, che, almeno fino a prova contraria (e qui lo scrivente vuole e spera di essere subito smentito), le due cose, in qualunque film, soprattutto se in concorso, non possano viaggiare singolarmente. Pena una certa mancanza di senso e un sentore interiore di delusione forzata in quanto derivante da una speranza più che possibile ma non assecondata fino in fondo.

Sia chiaro, non vogliamo, proprio in questa sede, vedere il film della nostra vita: cerchiamo solo di capire dove si vuole arrivare se si propongono film con una certa pretesa che però, presto e bruscamente, deludono ogni aspettativa di coinvolgimento non tanto critico quanto emotivo (checché se ne dica, fattore principalmente essenziale).

E dunque, entrino in aula gli imputati: Spose celesti dei Mari della pianura e Marfa girl, almeno per ora. Il primo, per la regia di Alexey Fedorchenko (premio della critica internazionale a Venezia nel 2010), si pone l’importante obiettivo di narrare attraverso 22 frammenti filmici, di più o meno ricercata poesia diegetica, altrettante vicende legate a donne e tradizioni riguardanti l’antico popolo dei Mari, segmento di umanità risalente ad almeno cinquecento anni fa e sopravvissuto alla cristianizzazione. L’evidente intento è quello di raccontare, mostrandoli anche dove sarebbe sufficiente il solo silenzio visivo, le modalità secondo le quali queste eroine di tutti i giorni vivono la loro femminilità quasi unicamente tardoadolescenziale. Ben vengano, dunque, le considerazioni riguardanti pubertà e pulsioni erotico-affettive, non tanto, però, se essere seduti in sala, per almeno una buona metà della proiezione, equivale a sentirsi istruire su riti con espliciti riferimenti a concetti di fertilità tutta fisica o misurazioni di funghi come equivalente di desiderio fallico. Evidente (e concettualmente ammirevole) anche il riferimento pasolinano a riproposizioni come il Decameron o Il fiore delle mille e una notte ma lì, se premettete, c’era tutta una serie sconfinata di mondi concettuali che vivevano realmente oltre, anzi al di sopra di tutto. Non mancano, però, note di pregio: il nome di ognuna delle 22 protagoniste inizia con la lettera “O”: probabilmente simbolo di circolarità vitale, di eterno ritorno vita / morte (altro concetto ben presente nel corso della pellicola), elemento fondamentale che, in maniera astratta o narrativamente più chiara, il buon Fedorchenko ha comunque tentato di definire sullo schermo salvando comunque una buona parte del film.

Un fotogramma da "Marfa girl" di Larry Clark

Proprio il sesso, nelle sue varie sfaccettature, sembra essere un pallino fisso di questa settima edizione, sia dal punto di vista di una certa innocenza che, ahinoi, da quello di uno spiattellamento a volte gratuito e francamente poco opportuno a mettere in campo determinate situazioni diegetico-visive. Una cosa è chiamarsi Peter Greenaway (come vedremo nell’articolo successivo sul suo nuovo capolavoro Goltzius and the Pelican Company, presentato ieri sera in anteprima stampa), un’altra è pretendere considerazione esplicando, per filo e per segno, come si adagia e come si usufruisce di una lingua umana per deliziare parti intime femminili. Questo, e tanto altro, è quanto da sempre fa un regista di culto (anche lui…ma cosa sarà, realmente, questo “culto”?) come Larry Clark in Marfa Girl, discorso ripreso da pellicole fortunate come Ken park perché, anch’esso, storia nuda e cruda del vuoto che circonda (anzi inghiotte, divora e rumina) la “borderline” del confine texano. Tale vuoto prova più volte ad emergere al terzo occhio spettatoriale, ma finisce per soccombere tristemente sotto la scure di un regista evidentemente ben poco interessato al trattamento umano poiché già impegnato a fare della visione totale (falli, anche in erezione, e vagine malate a iosa) il suo marchio di fabbrica. Seppur il tentativo sembra sia quello di parlare di Adam, adolescente texano in pieno fervore tossico-sessuale e in bilico tra il più che finto ordine del luogo e le disinibizioni proposte da una giovane artista fresca arrivata. Se davvero volete sapere cosa si cela dietro il concetto universale di confine, rivedetevi Babel o Le tre sepolture (non a caso entrambi scritti da un certo Arriaga), oppure fatevi arrivare dagli States un dvd (se esiste) di Magic valley, notevole pellicola del giovanissimo Jaffe Zinn passata quasi inosservata proprio qui a Roma lo scorso anno.

Stefano Gallone

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