Festival internazionale del film di Roma 2012: poli opposti Muratova – Polsky

Un fotogramma da "Eterno ritorno: provini" di Kira Muratova

ROMA – Venerata come una dea o una regina proveniente da chissà quale etereo pianeta, la storica autrice e regista sovietica Kira Muratova, nella giornata di ieri in vista della presentazione, in concorso e in anteprima mondiale, del suo nuovo lavoro concettuale Eterno ritorno: provini, ha smentito categoricamente se stessa nel rispondere a chi le chiedeva se, in qualche modo, già da un po’ di tempo, stia cercando di prendere giocosamente in giro la base di ogni dinamica di ricezione cinematografica o meno. Il concetto chiave non è il prendere in giro, spiega la stessa Muratova, bensì «giocare a fare arte. Non prendo in giro né il pubblico né un certo tipo di cinema d’autore. Ho voluto soltanto evadere da una certa realtà giocando».

Giocare, appunto. È ciò che la pellicola della maestra sovietica attua senza mezzi termini nel momento in cui rende impossibile a chiunque (davvero a chiunque) estrapolare un minimo di trama. È proprio questo il punto: la trama, o meglio l’intreccio, sembra essere giudicato come l’unico elemento realmente esistente in favore di quel nucleo da puro business che si fonda sul coinvolgimento emotivamente narrativo della stragrande maggioranza degli autori di cinema esistenti sul nostro pianeta. Volete l’intreccio? Orbene, eccolo: una semplice corda “intrecciata” talmente tanto da non trovare “risoluzione” né materialmente (le diverse sembianze della non-protagonista cercano invano di districarne la contorsione ad ogni ripetizione) né figurativamente (dove l’oggetto corda manca, è prontamente sostituita, naturalmente intrecciata, da una sua raffigurazione “duchampiana” in cornice).

Ripetizione, dicevamo: le intere due ore di pellicola, infatti, si basano quasi unicamente sulla riproposizione di una lunga serie di provini (appunto) che due addetti di una importante produzione cinematografica commerciale russa stanno visionando in merito a sole tre sequenze (il più delle volte riprese in piano sequenza) per la successiva scelta attoriale. Un non-film nel film, dunque, si stende sullo schermo senza alcuna soluzione di continuità poiché esclusivamente direzionato a mettere duramente alla prova la pazienza dei presenti in sala, in questo senso, dunque, vittorioso nel suo intento di dimostrare in maniera mai così evidente come una certa rinomata intellighenzia, in fin dei conti, non sarà forse mai disposta ad accettare qualcosa che mantenga sempre e comunque una certa freddezza ma, al contempo, narri qualcosa di assolutamente esterno al film stesso (in questo caso, probabilmente, il ruolo stesso dell’essere spettatori, qualunque sia la carica ricoperta da chi siede in platea).

Ad ogni modo, trama e intreccio restano comunque alla base di ogni conferimento di senso se trattati ben al di fuori delle dinamiche da mero mercato e, dunque, messe al servizio di un “telling stories” puramente umano e denso (eccome) di significato. Quella proposta, nella stessa giornata, dai fratelli Gabriel e Alan Polsky nella loro notevolissima opera prima The motel life (ultimo film in concorso nell’arco di questa settima edizione) è, sì, una storia letta e vista decine e decine di volte, ma utilizza un registro sia narrativamente che visivamente poetico talmente elevato da lasciare da parte ogni confronto con simili estrapolabili da svariate epoche più o meno contemporanee.

Emile Hirsch e Stephen Dorff, protagonisti di "The motel life" dei fratelli Polsky

Tratto, dunque, dall’omonimo romanzo del celebre cantante country Willy Vautlin, il film inscena la drammatica storia di due fratelli (magistralmente interpretati da Emile Hirsch e un monumentale Stephen Dorff), orfani sin dall’età prematura e troppo presto costretti ad una vita girovaga fatta delle peggiori sventure personali. Quando, però, in adolescenza, uno dei due resta privo delle funzioni annesse alla gamba destra, l’altro, riuscendo a stabilire entrambi nei pressi di Reno, nel Nevada, se ne prenderà cura fino all’età adulta, momento in cui il fratello mutilato sarà causa di una nuova fuga dovuta ad un involontario incidente provocato ai danni di un bambino dalle probabili identiche sventure di entrambi i protagonisti.

È incredibile come anche attraverso una messa in scena non originale e, come accennato, malgrado si tratti di una storia comunque già esplorata dai migliori maestri aderenti a tutti i doverosi e diversi generi possibili, i (non a caso) fratelli Polsky riescano a farsi ben largo spazio sotto la pelle dell’individuo esplorando, per estrapolarlo, il concetto più intimo e personale di redenzione e perdono del proprio stesso essere al mondo. L’immaginazione, spiegano inoltre Gabriel e Alan anche grazie all’utilizzo di sequenze animate con il solo scopo di mostrare, al pubblico come alle proprie stesse anime diegetiche, ciò che fa parte del mondo dei sogni ad occhi aperti, contribuisce in buona parte al desiderio di realizzazione e raggiungimento di un qualsivoglia obiettivo, in bilico sul filo di quel letale rasoio rappresentato dal misto eterno di fragilità e desiderio di vita nuova, qualunque essa sia. Si percepisce fino in fondo il sapore più lontano (eppure mai così vicino) delle radici americane di frontiera in una intenzionale produzione e sincera rivelazione di angosce, tormenti, disperazioni di pari passo, però, con speranze, sogni ipotizzabili e potenziali costruzioni di reali (per quanto semplicissime) prospettive future.

Stefano Gallone

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